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  • 29.11.2014 09:46

    IL DIVORZIO E’ MEGLIO DEI LITIGI?

    di Gilberto Gobbi

    E’ una di quelle domande che uno psicologo non vorrebbe sentirsi fare. Eppure, nella mia lunga carriera, me la sono sentita rivolgere più e più volte.

    Questo è l’argomento che sono stato invitato a svolgere al Café Teologico di Verona l’11 marzo 2015.

    Ho sempre affermato che, a livello psicologico, non si può dare una risposta a priori, ma che occorra analizzare situazione per situazione, secondo determinati criteri. Si possono dare degli orientamenti generali, che, di norma, fanno da cornice per la continuità della vita della coppia o per la sua interruzione con la separazione e il divorzio. I criteri di valutazione del meglio o del peggio sono costituiti da un insieme di valori generali e dalle situazioni che sono proprie di ogni coppia e famiglia.

    Quello che viene presentato costituisce una serie di appunti e spunti, che necessitano di ulteriori approfondimenti.

     ALCUNI DATI STATISTICI – Partiamo da alcuni dati statistici e poi le risposte verranno a mano a mano che si procede nell’analisi dei contenuti legati all’interruzione della vita di coppia e l’incidenza che take interruzione ha sulla vita delle singole persone coinvolte.

    Viviamo in una società, quella occidentale, pervasa da ciò che è definito instabilità matrimoniale, che mette in evidenza quanto sia fragile il legame della coppia sposata e ancor più di quello della coppia convivente, a fronte della costante e insistete richiesta di valorizzazione dell’individuo e della sua autorealizzazione.

    I dati, a cui ci si ferisce, sono quelli dell’ISTAT del 2011, in cui vi sono stati 88.797 separazioni e 53.806 divorzi. I tassi della separazione e dei divorzi, confrontati con quelli degli ultimi decenni, dicono che:

    • nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni  e 80 divorzi;
    • nel 2011 le separazioni sono state 311 su 1.000 sposati e 182 i divorzi.
    • Come si vede, le separazione sono aumentate di oltre il 68% e i divorzi praticamente raddoppiati.
    • Se, poi, analizziamo la presenza dei figli, vediamo che il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi sono coppie con figli avuti durante il matrimonio. In tale contesto il 93% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l’affido condiviso.

    IL CONFLITTO CONIUGALE O DI COPPIA  – Di norma, i due arrivano alla separazione e quindi al divorzio di fronte a un conflitto di coppia che appare insanabile, per cui  ritengono opportuna questa soluzione, per il bene di tutti (per la coppia e per i figli, se vi sono).

    Sinteticamente, di fronte al conflitto di coppia, le modalità di soluzione possono essere:

    • affrontare il conflitto attraverso una dinamica relazione aperta per costruire sul positivo,
    • oppure arrivare alla separazione,
    • oppure accantonare il dissidio per un bene maggiore, per i figli e attendere la loro maggiore età per la separazione.

    Ogni coppia scegli una propria modalità di risoluzione.  Vi è, però, la necessità di superare il disagio che sta sperimentando, per cui è utile che il conflitto venga contestualizzato e compreso nel suo significato alla luce di più livelli di osservazione, che comprendono i seguenti aspetti:

    • la verifica della relazione e delle reti che intercorrono nella famiglia. Questo permette di collocare ogni membro nella sua realtà relazionale, di tener conto della sua maturità psicoaffettiva e del grado di coinvolgimento nelle dinamiche conflittuali presenti nella coppia e nei figli; significa collocare le storie personali di ogni membro all’interno della storia del nucleo familiare;
    • l’analisi della storia evolutiva e delle fase del ciclo vitale che il nucleo sta attraversando. Ogni nucleo ha un inizio, un percorso, fasi diversificate (coppia appena costituita, coppia con figli piccoli, con figli adolescenti, con figli maggiorenni, coppia con sindrome del nido vuoto, ecc.),
    • le storie personali dei suoi componenti e quelle delle famiglie d’origine.

    La contestualizzazione permette di comprendere quale sia la migliore strategia da sceglie nella famiglia per la risoluzione del conflitto.

     La comprensione della comunicazione e dei blocchi che sottostanno alla relazione della coppia, permette di confrontarsi con il percorso che il nucleo familiare ha fatto e quindi con la fase del ciclo vitale dello stesso. Ciò fa emergere l’entità del conflitto e la sua possibile soluzione. Le storie personali dei componenti indicano le modalità che ciascuno ha avuto nel passato nell’affrontare i problemi, i conflitti e le difficoltà della vita, in particolare quelle relazionali. La stessa storia delle famiglie d’origine permette di cogliere aspetti indicativi delle radici costitutive della personalità dei due e le implicazioni consequenziali sui vari membri.

    In una coppia una situazione di piena ostilità rappresenta un evento critico, cioè una crisi in cui vi è una forte frattura tra il desiderio e la realtà.

    Sappiamo che quando due si sposano o vanno a convivere sono profondamente coinvolti, di norma, spendono se stessi, si giocano la vita, in quanto investono se stessi, in pensieri, desideri, attese, richieste, proiezioni, progettualità. Ed è in questo investimento, più o meno totale, che emergono le differenze, le difficoltà di accettazione, gli allontanamenti, quindi i litigi e le conflittualità, che possono sfociare in una decisione di separazione, ritenendo impossibile la continuità della convivenza.

    L’insoddisfazione della vita relazionale ha varie concause e ha radici sia nella vita psicoaffettiva pregressa (conscia e inconscia) di ciascuno dei due e sia nella modalità con cui ognuno vive la relazione di coppia.

    Quello che effettivamente interessa per la domanda iniziale è che i due vivono spesso in un costante clima di conflitto, a volte sordo e inespresso, a volte espresso anche in forme aggressive, verbali e non. Un signore sui 45 anni, sposato da diciassette, con una figli di 13, da due anni ha una relazione extra. Per caso la figlia, tramite telefonino, viene a conoscere questa relazione e la comunica alla mamma, che ovviamente qualcosa aveva intuito, dalla tranquillità con cui il marito si comporta in casa, esce, non chiede prestazioni sessuali: sembra appagato. Da quel momento quello che non era avvenuto nei diciassette anni precedenti, si avvera: la signora manifesta picchi di rabbia e espressioni di aggressività, che in passato c’erano ma contenute, e richieste forzate di rientro. Era sempre stata energica, ma lui la sapeva prendere e le cose si sistemavano. Con la nuova situazione, tutto il taciuto pregresso  esplode da parte dei due in una aggressività che nessuno dei due si riconosceva fino ad allora. Così, mentre lui cerca di dilazionare l’uscita di casa in vista di una possibile revisione del suo coinvolgimento esterno, la signora si precipitata da un avvocato e sollecitato con imperio la sua uscita da casa. Quello che interessa sottolineare sono le dinamiche aggressivi verbali e non, che si scatenano, facendo emergere il sommerso e il non detto da parte di entrambi. Il clima creato non permette di affrontare la conflittualità con una certa modalità.

    E’ una delle tante situazione che vengono vissute dalle coppie, con conseguenze molteplici, perché nella separazione non sono coinvolti solo i due, ma la situazione si estende ad altre persone: i primi ad essere coinvolti sono i figli. Una prima constatazione, amara, ma reale, è che i figli, di fronte alla conflittualità della coppia, fanno l’esperienza di osservare e sperimentare come gli adulti risolvano i conflitti, di come siano in disaccordo, litighino e sappiano affrontare la separazione.

     I FIGLI DI FRONTE ALLE LITI FAMILIARI – Un figlio, che assiste alle scenate di rabbia, alle manifestazioni di violenza fisico o verbale tra i genitori o tra i genitori e i figli, viene sempre psicologicamente danneggiato.

     Le ricerche psicologiche suggeriscono che è la conflittualità tra i genitori, più che la separazione in sé e per sé, a produrre gli effetti negativi sul benessere dei figli.

     Assistere a liti familiari, urla, grida, aggressività (fisiche e verbale) suscita una molteplicità di sentimenti profondamente contrastanti tra loro, che diviene paura (si spera anche non panico) per sé, per i genitori, eccitazione, angoscia, e in particolare paura di perdere le figure di riferimento.

    I figli, a seconda dell’età, reagiscono in modo prettamente personale; per esempio, il bambino piccolo riattiva il mondo del pensiero primitivo, che oltre ad avere la funzione di sedarlo, gli consente di avere un controllo magico  e onnipotente sull’ambiente. In particolare può attribuire a sé la causa della separazione dei genitori per qualche disobbedienza o atteggiamenti rabbioso e distruttivo. Gli adulti, spesso non sono delicati e, invece di aiutarlo a superare questi pensieri, lo confermano più o meno esplicitamente in questa sua responsabilità, che invece è solo degli adulti.

     CONFLITTUALITA’ GENITORIALE E SOFFERENZA DEI FIGLI  – Vi sono delle situazioni familiari in cui la sofferenza dei figli è particolarmente presente e intensa. Ecco una casistica, di cui tener conto:

    • la sofferenza è rapportata all’intensità della conflittualità tra i genitori, cioè è tanto più intensa quanto più alta è la conflittualità;
    • i conflitti continui, segnati da aggressività verbale e fisica, di norma, generano nei figli angoscia e nel tempo anche patologia;
    • il bambino risente molto quando un genitore abdica alle sue prerogative e rinuncia all’esercizio delle sue funzioni; ha bisogno di vedere il padre fare il padre e la madre fare la madre: sono due ruoli diversi, ma non conflittuali: diversità non significa conflittualità;
    • il bambino soffre molto quando viene usato come strumento per attaccare o ferire l’altro coniuge; la strumentalizzazione dei figli nelle contese tra genitori è una delle peggiori cose che si possa fare loro;
    • fa un danno enorme al figlio il genitore, che opera una sorta di lavaggio del cervello, che porta il figlio a perdere il contatto con la realtà degli affetti e a creare astio e disprezzo verso l’altro genitore: è una delle peggiori violenze psicologiche che un genitore possa operare nei confronti del figlio, che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini;
    • quando i conflitti tra genitori riguardano lo stesso bambino, la sua educazione e le sue scelte, egli ne soffre profondamente, perché si sente causa non solo dei conflitti, ma anche della separazione.

    I bambini e i ragazzi investono molte energie psichiche per reagire alla conflittualità genitoriale, mentre dovrebbero canalizzarle per affrontare i problemi della loro età. Questa dispersione di energie incide profondamente sullo stato d’animo e provoca una distorsione delle emozioni e  della visione della vita. I figli vengono provati sui bisogni e sui desideri propri della loro età. Le reazioni sono decisamente personali, e  vi sono anche alcuni che si vergognano di avere dei genitori così, si chiudono  e si isolano di fronte alle amicizie. Ma vi è un altro problema, quello connesso con la strutturazione della propria identità psicosessuale. Il maschietto di fronte alla figura aggressiva o inetta del padre, vive una difficoltà profonda di fronte alla sua identificazione, in quanto il modello paterno non solo facilita questo processo, ma lo deforma. Sappiamo quanto l’interiorizzazione dei modelli maschili e femminili siano importanti per il bambino e la bambina: essi si giocano la loro identità e quindi la prospettiva dell’accettazione del proprio genere. Assieme ad altri fattori, questo può compromettere la possibilità futura di costruire, in età adulta, legami affettivi significativi e duraturi.

     Sappiamo che i figli possono presentare sintomi di somatizzazione a tutte le età, come risposta alle situazioni ambientali conflittuali e disfunzionali e allo  stress connesso alla separazione, come la rabbia e il dolore di fronte  alla perdita e il sentimento di non essere amati.

    In generale, i ragazzi possono presentare problemi comportamentali come risposta ad un ambiente disfunzionale, perché non è compito loro fare gli adulti e  non hanno le energie per affrontare gli stress familiari. Le conseguenze derivanti dalle difficoltà di questo genere, di norma, si mantengono e possono aumentare col deteriorarsi della relazione coniugale. In tali situazioni, i comportamenti del figlio e quelli dei genitori si intersecano, interagiscono e si condizionano a vicenda.  Di fronte a queste possibili disfunzioni per il figlio, i due “adulti dovrebbero evitare nella vita quotidiana scontri aperti, tensioni costanti, liti, bronci, recriminazioni, ripicche.

    Sappiamo che per i figli non è necessario che i genitori si amino, ma che si rispettino e non giochino al massacro.

     I FIGLI E LA SEPARAZIONE DEI GENITORI – Va evidenziato che il bambino non è solo un osservatore privilegiato, che sta ai margini della situazione genitoriale, ma con la sua nascita entra a far parte del gioco familiare, come membro attivo, e, volente o nolente, spesso è chiamato ad assumersi ruoli differenti nella conflittualità genitoriale: può essere conteso e costretto a schierarsi con l’uno o con  l’altro genitore, o anche a mediare il conflitto.

    E’ evidente e chiara chiarezza l’intrinseca interdipendenza dei membri del nucleo familiare tra loro, sotto tutti gli aspetti: affettivo, sentimentale, razionale, del pensiero, del comportamento. I genitori e i figli si influenzano tra loro,  per cui chi pensa di poter vivere un distacco asettico, l’indifferenza, l’anestesia emotiva è essere fuori della realtà familiare. L’esperienza di ciascuno, con  i propri vissuti quotidiani,  conferma questa interdipendenza, che condiziona la vita di ogni membro del gruppo. Se non si comprende questo aspetto, questo intrinseca interdipendenza tra i vari membri del nucleo familiare, pur con la libertà di scelta di ciascuno, difficilmente si saprà cogliere le dinamiche individuali e collettive di fronte ai vari eventi che coinvolgono le persone tra loro interagenti. Quindi anche le problematiche, che i vari membri vivono connesse alla separazione, resteranno dinamiche sconosciute, comprese le profonde e intense  sofferenze dei vari membri.

    Le reazioni delle persone coinvolte  nella separazione presentano delle variabili che possono essere divise in due categorie:

    • La categoria Contestuale-familiare comprende aspetti diversi come: la storia familiare, il cambiamento della struttura familiare, la conflittualità manifesta o latente tra gli ex coniugi, la qualità dei rapporti tra il bambino e ogni genitore, le condizioni di salute psicofisica dei genitori, la rete relazionale e familiare, il contesto socioculturale di appartenenza.
    • Vi è una seconda categoria costituita da Variabili psicologico-individuali, che comprende l’età, il temperamento e la struttura di personalità, il sesso, l’ordine di nascita, la capacità di recuperare l’equilibrio psicoaffettivo dopo le avversità, detta anche resilienza.

     In sintesi,  una serie di fattori  influenzano profondamente la reazione individuale di ciascun figlio di fronte alla separazione dei genitori; reazioni, che vanno considerate nella loro complessità e interdipendenza, come:

    • l’età del figlio incide sul coinvolgimento diretto o indiretto nelle dinamiche genitoriali e determina reazioni differenti;
    • il temperamento di base neuropsicologico e il livello di strutturazione della personalità sono aspetti determinanti, che caratterizzano certe reazioni in un figlio e altre in un altro;
    • la qualità della relazione che il figlio ha instaurato con ciascun genitore incide sulle reazioni nei confronti di ognuno di loro;
    • anche il sostegno sociale, che i vari membri daranno al bambino, condiziona in parte le sue razione (nonni, zii, cugini, compagni di scuola e di gioco, ecc.); l’ambiente può essere positivo nei confronti di uno e negativo nei confronti di un altro: il figlio si trova in mezzo a tali atteggiamenti;
    • anche l’essere maschi o femmine incide sulle reazioni alla separazione dei genitori: di norma, le figlie soffrono maggiormente e chiedono più facilmente aiuto; i maschi tendono a chiudersi, tengono dentro conflitti che possono cronicizzarsi in forme ostili. Spesso gli insuccessi scolastici sono l’esito di squilibri affettivi, di conflitti familiari irrisolti.

     L’ETA’ – L’età del figlio riveste un ruolo fondamentale, poiché in ogni fase di sviluppo i problemi vengono vissuti ed elaborati in maniera differente. Di fronte all’evento traumatico della separazione vi è una diversificazione, secondo l’età, dei disagi psicologici e delle reazioni, che possono essere considerati comportamenti normali o disfunzionali (patologici).

    • Da 0 a 3 anni – I bambini di questa età possono riflettere il distress dei genitori, le loro preoccupazioni, però sono anche più protetti dalle conseguenze immediate della separazione, purché venga garantito loro una relazione di attaccamento stabile e sicura, in particolare da parte di uno dei due. Tuttavia, vi possono essere regressioni comportamentali, come paure di essere abbandonati, perdita del controllo degli sfinteri in precedenza acquisito, condotte autoconsolatorie. Sappiamo che non possono parlare, ma assorbono l’atmosfera che si respira attorno, per cui la separazione suscita in loro emozioni diverse, tra cui la collera, la frustrazione e la paura di abbandono. Certamente non comprendono che cosa sia la separazione, ma si accorgono che un genitore non dorme più a casa.
    • Dai 3 ai 6 anni – Le reazioni sono le più disparate, secondo i criteri espressi sopra. Certo che appaiono confusi e insicuri per ciò che sta accadendo circa i cambiamenti nella loro vita familiare. Vi sono alcuni che hanno la speranza che i genitori ritornino assieme e vi fantasticano per molto tempo, altri avvertono aggressività e rabbia legate al senso di perdita e di rifiuto che credono di sentire da un genitore: sentimenti che reprimono oppure manifestano con aggressività nei confronti degli altri bambini (morsi, distruzione di oggetti, ricerca di animaletti da “uccidere”). Vi sono alcuni che mostrano le loro ansie e tensioni attraverso delle regressioni circa le autonomie già acquisite oppure manifestando atteggiamenti eccessivamente dipendenti (stati di irritabilità, pianto facile, alterazione del ciclo del sonno e dell’alimentazione). Altri, quando si accorgono che un genitore non dorme più a casa, possono pensare che se n’è andato per colpa loro. Il senso di colpa può permeare gli atteggiamenti interiori, che condizioneranno fasi successive della vita, se non  verrà risolto. Possono anche negare a se stessi e agli altri che i genitori si siano separati, affermando che stanno ancora assieme.
    • Dai 6 ai 10 anni – E’ questa l’età in cui i bambini prendono consapevolezza di che cosa significhi la separazione. E’ anche l’età scolare, per cui può esserci una diminuzione della prestazione scolastica. Possono manifestare diverse reazioni, come: essere depressi e preoccupati; ciò si mostra in forma di rabbia, aggressività e comportamenti acting-out; in particolare si sentono rifiutati dal genitore assente. Possono esserci: vulnerabilità, solitudine, sentimento di vergogna e risentimento per il comportamento dei genitori, rabbia, scatti d’ira e anche sintomi somatici (mal di testa, dolori allo stomaco, stress), difficoltà di apprendimento, rifiuto di andare a scuola, comportamento trasgressivo. E’ facile che si schierino dalla parte di uno dei genitori, in particolare quello con cui vivono.
    • Dagli 11 ai 17 anni – E’ un’età molto variegata con differenze proprie della crescita. E’ la fase della preadolescenza e adolescenza. Anche le reazioni sono le più varie. Alcuni possono manifestare decremento dell’autostima o sviluppare una prematura autonomia, ridimensionamento delle figure dei genitori (in positivo o in negativo). Il loro atteggiamento dipende molto dal comportamento dei genitori e dal grado di maturazione raggiunto dall’adolescente, che sperimenta situazioni di conflitto tra il voler vedere il genitore e il frequentare i suoi coetanei. I figli più grandi vengono incaricati di accudire i fratellini più piccoli. Può accadere che i genitori si aspettino da loro una certa maturità e che siano loro a scegliere con chi stare. Vengono scaricate su di loro delle responsabilità che sono dei grandi. In questo periodo non sono infrequenti la caduta delle prestazioni scolastiche, le difficoltà relazionali coi coetanei, l’assunzione di droghe, la pratica di comportamenti sessualizzati e delinquenziali. Possono provare paura di instaurare legami a lungo termine, a fidarsi delle persone. Possibili chiusure in se stessi, con eventuali condotte autolesive (suicidi dimostrativi, assunzione di droghe) o devianti.

    NON SEPARARSI PER IL BENE DEI FIGLI – Vi sono delle coppie che vivono in aperto e continuo conflitto, che decidono di non separarsi peril bene dei figli”. In questa maniera  espongono se stessi e i figli a gravi rischi e quindi al danno di vivere in un clima di costante tensione, di aggressività e di violenza psicologica, in cui l’affetto è mescolato a sentimenti di ira e di disprezzo. Il danno per il bambino è grave perché, anche se non è oggetto diretto di aggressività, vive in un clima di violenza, in cui trova difficile la sua collocazione. Si trova seduto su una polveriera, che gli può esplodere in qualunque momento. Vive in una perenne tensione, quando sappiamo che, per una crescita armonica ed equilibrata, necessita di un clima favorevole.

    Che i genitori non si separino è il desiderio costante e profondo dei figli di qualunque età. Essi vogliono che i genitori stiano assieme, ma a determinate condizioni, in un clima di accettazione e di condivisione. Di fronte a un clima di tensione e di perenne aggressività, sono gli stessi figli a desiderare e quindi a chiedersi la separazione. Un individuo frustrato difficilmente sarà un buon genitore.

     GESTIRE LA SEPARAZIONE – La decisione di separarsi va comunicata assieme tenendo un comportamento univoco e realistico. Ciò che si deve dire va concordato in precedenza, per il bene de figlio, del suo equilibrio affettivo; occorre che i due non litighino durante la comunicazione, ma siano concordi sui contenuti. Ciò permette di contenere le paure e le angosce del bambino che le può condividere con i genitori.

    Non si può mai chiedere al bambino – ai figli – di sostenere le proprie ragioni contro quelle del  partner.

    La separazione diviene meno traumatica per quei figli che vedono i genitori dare continuità alla relazione parentale, essere d’accordo con certe decisioni, mantenere un riferimento affettivo ed educativo, rassicurare dell’interesse nei loro confronti da parte dei due genitori.

    Di fronte al figlio, nella fase  di separazione, è importante che i due genitori controllino il loro stato d’animo e siano capaci di parlare ai figli, dicendo loro ciò che sta accadendo, affinché abbiano una giusta comprensione. Il bambino non va lascito nel dubbi e nel silenzio, ma va gli va spiegato  che cosa sta succedendo. Ciò va fatto nel modo più chiaro e semplice possibile, adeguato all’età. Va chiarito che non è responsabilità sua se i genitori si separano, ma è lo sblocco di problemi che si erano creati tra i genitori. Occorre mettersi disponibili ad ascoltare, incoraggiarlo a esprimere i suoi sentimenti: ciò permette di capire come stia vivendo la separazione e di intervenire con equilibrio. Il buon senso è fondamentale. Gli va  detto che è normale che desideri che i genitori ritornino assieme; ma specialmente dopo il divorzio, va detto  che la decisione è definitiva.

    Nella fase di rottura tra i suoi genitori, il figlio ha bisogno di stabilità, di continuità nelle sue relazioni affettive, di sentirsi protetto dalla figure genitoriali, devono poter pensare a lui e alla sua crescita e maturazione.

    Il figlio deve poter percepire che può voler bene, come è suo diritto, ad entrambi i genitori. Vanno pure chiariti gli accordi degli incontri e quindi, i cambiamenti vanno introdotti gradualmente.

    Con la separazione e, in definitiva con il divorzio, per i due si apre la prova di essere capaci di viversi come genitori, senza essere marito e moglie.

    Infatti, la separazione li riguarda come marito e mogli o come compagni di convivenza, non come genitori, perché genitori lo saranno sempre e non potranno separarsi da questa funzione. Qualunque cosa accada sono sempre genitori dei loro figli.

    Va ulteriormente sottolineato che non è tanto l’evento critico ad essere causa di stress (certo, anche l’evento), ma in particolare sono le modalità e i comportamenti con cui i due affrontano la separazione a determinare gli esiti e quindi le reazioni diversificate dei figli.

    SITUAZIONE FREQUENTE – Chi passa maggior tempo con i figli vive anche la maggiore responsabilità circa l’educazione, fissa regole e tende a farle rispettare in maniera rigida. Può accadere che l’altro genitore, che ha contatti meno frequenti, tenda ad assumere atteggiamenti troppo permissivi e indulgenti. La situazione crea difficoltà a uno o a entrambi i genitori, perché i figli diventano più facilmente disobbedienti, provocatori e giocano sulle divergenze dei genitori, che tendono a perdere facilmente la pazienza.

    E’ necessario concordare una linea comune di  condotta, altrimenti si cade in un circolo vizioso, in cui il genitore più rigido lo diventerà sempre di più, e quello più permissivo sarò sempre più permissivo, mentre i figli cercheranno di manipolare sia l’uno che l’altro. Benché siano separati, per il bene dei figli e per una maggiore loro tranquillità, è fondamentale che abbiano una stretta relazione, sicura e concorde sulla condotta nei confronti dei figli.

     TENTAZIONEVi può essere  da parte del genitore a cui viene affidato il figlio, di voler distruggere l’immagine dell’ex agli occhi del figlio, presentandolo come colpevole e malvagio persecutore. Una delle regole d’oro, sempre, in particolare nelle coppie separate, è quella di non parlare mai male del padre o della madre, anzi occorre rinforzare nel figlio l’immagine positiva del genitore. Questo vale anche per le persone che sono a contatto con il bambino o adolescente, come nonni, zii e parenti vari. Va sempre ricordata la complessità della comunicazione familiare, in cui lo scambio di emozioni, la compartecipazione dei sentimenti plasma la struttura psichico-affettiva dei partecipanti.

    NON COLLABORARE – La mancata collaborazione durante la separazione e dell’assunzione delle reciproche responsabilità nel fallimento dell’unione coniugale, incentiva un rapporto conflittuale e disfunzionale, che si trascina anche dopo incidendo profondamente sulla funzione come genitori e nel rapporto con i figli.

    Spesso, a causa di tale situazione, vediamo che i figli vengono coinvolti in una triangolazione perversa, in cui essi assumono un ruolo attivo nel conflitto e cerano strategie per risolvere il conflitto dei loro genitori. Ciò può comportare il rifiuto di un genitore a favore dell’altro.

    I genitori, separati o meno, devono appropriarsi del loro ruolo genitoriale e perseguire il bene del bambino, permettendo al bambino di vivere come persona autonoma, che è capace di affrontare il mondo e la realtà, per quanto difficile sia.

    Spesso con la separazione legale inizia una serie infinita di querele, che si accentrano su due motivi del contendere:

    • l’assegnazione dei figli,
    • il pagamento del loro assegno alimentare.

    Va solo ricordato, di fronte a queste conflitti perenni, che il fulcro sono i diritti dei figli, non quelli dei genitori, per cui la voce dei figli va ascoltata.

    Di fronte a questa perenne conflittualità, che coinvolge aspetti pregressi della vita dei due, occorre  spostare il focus e dirigerlo verso il bene dei figli. Questo può essere ottenuto facendosi aiutare  da uno psicologo competente e imparziale, che attraverso una serie di colloqui possa ricostruire le dinamiche psicologiche dei figli, concentrando l’attenzione sugli aspetti educativi e relazionali nei confronti dei figli. Quello che viene chiamato “percorso genitoriale”

     PRESA DI COSCIENZA – Prendere coscienza che la coppia che si separa è  la stessa coppia genitoriale. Ma la coppia genitoriale non può separarsi dai figli, come è stato detto prima. Sarebbe molto importante che il conflitto coniugale non coinvolgesse anche il conflitto genitoriale. Riuscire a mantenere separati le problematiche comporta una notevole “maturità” individuale e la capacità di riconoscere le proprie responsabilità nel conflitto e quindi nell’educazione dei figli.

    Ciò gioverebbe molto ai figli,  che in termini psicologici acquisiscono sicurezza che i propri genitori siano capaci di comunicare e di trovare soluzioni convenienti per il loro bene. E’ indice di grande amore per i figli, che subiscono la separazione, avere la disponibilità, la serenità e le motivazioni nel trovare soluzioni per risolvere i problemi conflittuali. Infatti, il conflitto coniugale non necessariamente deve diventare anche conflitto genitoriale.

    RISCHI – Dopo la separazione, ma già prima a causa delle tensione e conflittualità, si possono presentare dei problemi  a una o a tutte due le persone che si separano:

    • nel 25% dei casi si presenta uno stato depressivo dopo la separazione nel genitore che ha subito la separazione e che ha la custodia del figlio, di norma, la madre;
    • vi può essere l’abuso di sostanze stupefacenti da parte di uno dei due o di entrambi i genitori, che rende complicate le cure parentali e ii il problema di affido;
    • i conflitti dei genitori vengono scaricati direttamente sui figli;
    • il padre si disinteressa dei figli, li trascura, non li visita, o salta le visite, con discapito della crescita dei figli, che ne risentono sulla loro stima persona.

     COMPORTAMENTO DEL PADREPuò essere che dopo la separazione il comportamento del padre nei confronti dei figli cambi. Va ricordato che ognuno ha delle reazioni nettamente personali, legati alla storia personale e alla storia della relazione coniugale.

    L’esperienza ci suggerisce di divide i padri in tre categorie, a seconda delle reazioni:

    • i padri che mantengono lo stesso comportamento e coinvolgimento;
    • quelli, che avendo reso coscienza dell’importanza della loro presenza per i figli, dedicano loro tempo e quindi migliorano la qualità della relazione;
    • quelle che aumentano la distanza dai figli, come reazione alla situazione di separazione, al comportamento della ex e alla poca soddisfazione e impegno nel seguire i figli.

     MANTENERE LE PROMESSEI figli richiedono che i genitori sappiano mantenere le promesse, che siano poche  ma sempre mantenute. A maggior ragione dopo la separazione occorre che se il padre ha promesso una visita, un regalo, una gita, una vacanza mantenga quanto promesso. Questi atti mancati, apparentemente insignificanti, hanno una forte valore emotivo per i figli, perché minano le risorse più preziose dell’infanzia: la sicurezza di base e la fiducia nei genitori.

     

     

  • 23.11.2014 10:16

    CERCAVA UN AMORE, UN ABBRACCIO ( piccolo test sull'amore e l'amicizia)

    di Pier Paolo Gobbi

    Dal primo istante, quando le cellule iniziano a danzare nel buio del grembo, per ogni bambino il corpo della mamma è la prima “casa”, che lo accoglie e gli dona il senso di esserci, di pienezza e bene e nel tempo della crescita dice ad ogni sua piccola cellula queste parole: "è bello che tu esista, sono per te, la vita è buona".
    Questa esperienza del luogo delle origini ce la portiamo dentro per sempre e fa da matrice a un desiderio di bene senza fine, mai colmato ma che cerchiamo di colmare molte volte, in vari modi, in tanti incontri o in uno solo, anche da grandi, anche oggi.
    L’amicizia e l’amore veri, quando li viviamo, fanno questo “miracolo”: ci fanno sentire a "casa", ci avvicinano a quella pienezza e parlano ad ogni nostra cellula come in quel tempo lontano.
    Come essere certi di questa verità?
    Ce lo suggerisce il pittore Vincent Van Gogh, che ha avuto una vita piena di ferite, come può accadere anche a noi, ma non ha mai smesso di inseguire il suo destino, con i suoi colori accesi. Cercava un amico, un amore, l'abbraccio, l’affetto, una casa. Come tutti noi. Cercava di uscire dal buio verso la luce.
    Per questo un giorno ha dipinto un quadro di un amico, il “Ritratto di Eugene Boch". Van Gogh ha prima ritratto il suo amico com’era, senza negare la realtà, resa ancora più profonda dalle sue pennellate intrise di colore.
    Ma poi ha sentito che il quadro non era finito, come a dirci che nell'amicizia doveva, dobbiamo andare oltre: così ha rimesso mano ai pennelli e ha accentuato il biondo dei capelli fino a far sembrare la testa dell’amico tutt’uno con la luce di una stella e ha trasformato lo sfondo banale della povera casa dove viveva l’amico, nel blu di un cielo stupendo.
    E per essere sicuro che comprendessimo bene, scrive al fratello Theo: “Vorrei fare il ritratto di un amico artista... e vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. Lo ritrarrei così come è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli…dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento, dipingerò l’infinito, farò una sfondo semplice del blu più ricco, più intenso che riuscirò a ottenere; da questa semplice combinazione la testa bionda, illuminata su questo sfondo blu suntuoso, rende un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo” .

    Quello che ha fatto Van Gogh con il suo amico in questo quadro può essere come un "test" per noi, la verifica dei nostri amori e delle nostre amicizie: vedere e accogliere l'altro per quello che è, nel suo limite e povertà reali, come il muro scrostato di una povera casa. Senza giudizi, senza pretese impossibili, senza rivendicazioni.
    Ma poi vederlo ogni giorno di nuovo e veramente, vederlo oltre, per quello che è nel suo valore infinito, con gratitudine.
    Nella cura quotidiana che ogni nostra parola, gesto e silenzio fanno di questo doppio movimento, tra ciò che nell'altro si vede e ciò che è nascosto, nell'accoglienza grata di quello che ci può dare e nella consapevolezza che il nostro e il suo cuore sono sempre desiderosi di un bene e un amore più grandi, sta forse il miracolo dell'amore e dell'amicizia.
    Se è così accade che tanti giorni dopo quel buio intriso di vita si accenda dentro di noi e per tutti una luce, “come di stella nell’azzurro profondo”.

  • 23.11.2014 10:14

    IL DONO DI NON ESSERE GENITORI ONNIPOTENTI

    di Pier Paolo Gobbi

     

    Marlin: “Gli ho promesso che non permetterò mai che gli succeda qualcosa”.
    Dory: “ Ma che razza di promessa è questa?
    Marlin.“Perché?”
    Dory : “Non gli puoi promettere che non gli accadrà mai nulla, perché così non gli succederà mai niente, sarebbe stupido nei confronti del piccolo!”.

    È' un dialogo dal film di animazione “Alla ricerca di Nemo”, un piccolo pesce pagliaccio che ha perso la mamma e vive con il papà Marlin, che lo cura amorevolmente e vorrebbe preservarlo da ogni rischio. Marlin parla con Dory, una simpatica pesciolina un po’ distratta ma saggia, che gli dice e dice a noi una cosa importante: l'educazione contiene sempre il rischio della libertà. Sapienza dei pesci!
    Oggi viviamo tutti in una società della velocità, della conoscenza e del controllo, anche grazie alla tecnologia, e sempre più noi genitori, anche verso i figli, tendiamo ad avere fretta, a voler controllare ogni cosa, a pianificare le giornate e la crescita dei figli. Abbiamo fretta che imparino, che facciano tante esperienze, che siano autonomi. Allo stesso tempo li proteggiamo spesso più del necessario, fatichiamo a dare regole e confini e cerchiamo di accontentarli in tutto.
    I bambini però hanno i loro tempi, i loro bisogni, il loro ritmo di crescita, la loro unicità e originalità. E il loro mistero. Non sono una "app" che si apre ad un nostro tocco!
    Hanno sempre bisogno di vivere in una famiglia dove vi sia una buona stabilità affettiva e relazionale, di fare esperienze con noi e senza di noi, senza fretta e avendo il tempo di gustarle, di ripensarle, di tornarci sopra con la mente e il cuore.
    Certamente occorre mettercela tutta a fare i genitori, ma mai così tanto da giungere all’impazienza ansiosa se non riusciamo ad essere come vorremmo e la crescita dei figli non va esattamente come vogliamo e nei tempi previsti.
    Vogliamo spesso essere genitori “perfetti”, ma non è possibile conoscere, prevedere e controllare tutto di noi e di loro. Nemmeno noi siamo una "app"!
    I bambini ci vengono come sempre in aiuto: con la loro crescita ogni giorno sono una sorpresa quotidiana e ci donano di comprendere che crescono anche se noi non ci siamo sempre, se non siamo perfetti, se non soddisfiamo tutti i loro bisogni.
    Se li osserviamo crescere con stupito e umile amore, ci aiutano a deporre le armi pericolose dell’onnipotenza, per riconoscerci limitati anche noi, come loro; bisognosi di un tempo meno frenetico e ansioso, come loro; parte di una vita più grande, piccoli pezzi preziosi di un ingranaggio che ci supera. Come loro.
    E poi, diciamocelo: i bambini crescono e volano anche per la forza del vento della vita che soffia in loro indipendentemente dal nostro sempre troppo povero fiato e occorre avere fiducia, tenerli certo sempre vicino nella mente e nel cuore ma lasciarli anche un poco andare. Prima con il cuore e poi con le mani, come per un aquilone.
    Ce lo ricorda un proverbio africano che “ ci vuole un villaggio intero a crescere un bambino”.
    Nessun bambino vuole un genitore perfetto, stiamo sereni: vuole solo che ci vogliamo bene e gli si voglia bene con cuore, intelligenza e soprattutto con speranza e fiducia, due "sorelline" che ogni bambino dovrebbe avere in famiglia, qualsiasi cosa accada, qualsiasi marachella combini, qualsiasi difficoltà trovi, perché è lui, nostro figlio!
    Anche se più cresce più ci diventa chiara una cosa: non ci appartiene.
    Come un pesce fatto per il grande mare, come un aquiilone fatto per il cielo.

  • 15.11.2014 16:01

    IL BISOGNO (non solo dei bambini) DI ESSERE PERDONATO E DI PERDONARSI

    di Pier Paolo Gobbi

     

     

    Il ricordo di questi tre volti di educatori che mi hanno educato in modi diversi, senza avere mai il problema di educarmi, e la gratitudine per la fiducia e scommessa che in modi diversi hanno fatto su di me, mi spingono ad accennare a quello che è l’altro nome dell’educazione: la misericordia e il perdono.
    Anche questo è un bisogno grande dei nostri bambini: il bisogno di vedere accolti i propri limiti, in un’apertura di fiducia che viene prima dei meriti e va sempre oltre le possibili mancanze.
    Trovare risposta a questo bisogno aiuta i bambini a camminare, ad accettare i loro limiti e a crescere fiduciosi.
    Oggi tanti bambini sono ansiosi, insicuri di sé, fragili, incapaci di accettare il loro limite e i limiti esterni.
    A volte penso che dipenda anche da noi: siamo tanto impegnati a diventare bravi genitori, così protesi a generare dei bravi figli, che non ci sembra mai di scorgere e raccogliere i frutti. Dobbiamo invece allenarci a scorgere i frutti buoni, magari solo le gemme del nostro lavoro educativo, ad aiutarci tra papà e mamma a credere nella bontà del nostro lavoro e della realtà, ad attendere fiduciosi il raccolto.
    E poi stiamo sereni: nessuno è così in gamba da essere sicuro di fare dei figli bravi, tanto meno da solo. In noi e fuori di noi ci sono il limite, il male, l’errore. I figli lo vedono e lo sanno, come sanno che nelle favole ci sono i draghi e gli orchi cattivi.
    Ma devono anche vedere che papà e mamma non sono schiacciati dal male, personale o di coppia, non scappano davanti ai draghi.
    Tra papà e mamma ci si accetta, ci si recupera l’uno con l’altro, si ha uno sguardo di benevolenza tra coniugi, verso i figli, le famiglie di origine, gli amici, verso la scuola perfino!
    Anche questa è la presenza, che i bambini ci chiedono, è buon contenimento, una regola per la vita.
    Il figlio ha bisogno di essere educato a uno sguardo positivo su di sé e sulla realtà, che gli dica che «se papà e mamma stanno nella vita con i loro limiti ci puoi stare anche tu, vale la pena diven­tare grandi e fidarsi delle proprie potenzialità e degli altri».
    Purtroppo a volte c’è troppa severità con se stessi, con il coniuge e con i figli. Allora le parole pesanti volano e atterrano violente sulle teste e sui visi dei più cari e fanno male. I silenzi ci allontanano l’uno dall’altro, le rivendicazioni ci paralizzano e rendono tristi.
    Non si sa perdonare gli altri perché non si è capaci di perdonare noi stessi e sentirsi perdonati.
    Succede anche nelle nostre case, è la vita.
    Ma i bambini hanno bisogno di sentire che sono figli, cioè devono vedere che ogni mattina tutto riparte dall’abbraccio del papà e della mamma e a sera devono sentire che nel nostro abbraccio ci stanno tutti, tutto è consegnato, anche le loro marachelle e i nostri errori educativi.
    Ogni genitore deve trovare un suo modo originale perché il figlio senta questo altro nome dell’educazione. A casa mia, è lo “struccone” dietro la nuca, come fa ancora a volte il mio papà. In esso tante volte ho sentito le parole: «mi importi tu, non quello che hai fatto di bene o male: ti abbraccio per ciò che sei, coraggio, sono sempre stupito e grato per il dono della tua vita, un’avventura troppo grande, perché davvero creda di averti fatto solo io, insieme a tua madre, perché crediamo di farcela da soli a farti diventare un uomo».

    Già: da dove vengono i figli e dove dobbiamo condurli? Chi ci può aiutare lungo il cammino?
    Forse per scoprirlo o riscoprirlo, oggi dobbiamo ripartire dal riconoscerci figli anche noi: chi ci ha dato la vita e ce la dà in questo istante?
    Chi ci conduce lungo la strada della vita, che strada stiamo percorrendo, a chi guardiamo, a chi andiamo dietro, chi ascoltiamo, chi ci perdona e scommette ogni mattina su di noi?

    Pier Paolo Gobbi, Le regole non bastano, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2012, pp. 174 -176.

  • 15.11.2014 14:59

    QUALE CAMBIAMENTO IN PSICOTERAPIA?

    di Gilberto Gobbi

     

    “Quello che può fare  un terapeuta di qualunque scuola è di mettere il cliente in condizioni di innescare la propria ri-orga­nizzazione. Quello che non può fare è di controllare o determi­nare quando, come e con quali conseguenze il cambiamento avrà luogo”  

    P.F. Dell e H.A. Goolishian

     

    Il “cambiamento” è l’obiettivo fondamentale d’ogni forma e tipo di psicoterapia.

    Cambiare significa passare da  una situazione psicoaffet­tiva in­desiderata ad un’altra più consona e congruente con l’ideale di sé.

    Tuttavia in psicoterapia il cambiamento non può essere de­finito e stabilito né in generale, vale a dire non può essere uguale per tutte le per­sone, né a priori da altre persone, quali i genitori, i parenti, gli amici o dallo stesso psicoterapeuta.

    Non possono essere definiti a priori i sintomi e le forme di con­dotta che si vogliono eliminare o acquisire, né l’equilibrio e lo svi­luppo a cui tendere.

    Chi definisce il cambiamento? - In psicoterapia il cambiamento è definito dallo stesso paziente in collaborazione con lo psicoterapeuta, partendo dalla  realtà concreta, personale e situazionale.

    La psicoterapia tende ad attivare quelle modifiche, che il cliente desidera realizzare con se stesso (stare bene con se stesso, nella pro­pria realtà strutturale e dinamica) e nelle situa­zioni esterne. Di norma, questi cambiamenti, in maniera più o meno esplicita e pro­fonda, si ripercuotono sull'ambiente circo­stante, cioè sulla famiglia e sulle persone con cui il paziente si relaziona.

    Obiettivo della psicoterapia - Le varie forme di psicoterapia hanno come obiettivo quello di aiutare a superare, con tecniche e modalità diverse, i sintomi del cliente per una modifica profonda della personalità.

    Il sintomo è un insieme di fenomeni psichici e fisici, con cui si manifestano i malesseri e le disfunzioni psicologiche (ansie, tensioni, ecc.). Il sintomo assume significati diversi secondo l’orientamento psicologico del modello psicoterapeutico di riferimento.

    Le psicologie del comportamento, per esempio, considerano il “sintomo” come un comportamento non appropriato, inefficace e distur­bante, che de­riva da un apprendimento erroneo, che va modifi­cato e sostituito con un nuovo tipo di comportamento più ade­guato.

    Per la psicologia dinamica, invece, con le sue diverse forme e ap­procci, il “sintomo” è considerato come un “messaggio ci­frato”, un “simbolo”, che va decodificato per comprendere il conflitto o il complesso che lo origina, su cui intervenire nel lavoro terapeutico.

    La psicoterapia, in ogni caso, non si propone di cancellare tutti i sintomi, ma tende a modificare la loro incidenza o quanto meno a renderli meno oppressivi e compulsivi.

    Cerca, in vari casi, di aiutare la persona a saper convivere con al­cuni sintomi, senza che ciò comporti sommovimenti gravi della per­sonalità. Già acquisire la capacità di saper con­vivere con dei sintomi è un grosso cambiamento.

    Tale capacità si collega ad una parola chiave del cambia­mento psicoterapeutico: l’accettazione, che non è solo una pa­rola, ma un processo, un vissuto dinamico, che mette in moto una serie di energie psicologiche. Già l’accettare in modo at­tivo di avere problemi psico­affettivi fa diminuire l’ansia e mette nella predisposizione di poterli affrontare. S’impara ad avere pazienza con se stessi, si comincia a volersi bene, la collaborazione con lo psicoterapeuta s’intensifica, la ristruttu­razione di sé segue il suo corso.

    La psicoterapia opera dei cambiamenti.

    Il cambiamento comporta, di per se stesso, un adatta­mento, che può essere passivo e conformista o attivo e respon­sabile.

    E’ passivo e conformista quell’adattamento che richiede un ade­guamento del soggetto alla pressione di condizionamenti esterni e d’accettazione della realtà che incombe e nei con­fronti della quale non è possibile fare nulla, se non “accettare” supinamente. E’ una specie d’acquiescenza fatalistica.

    L’adattamento attivo e responsabile, invece, è un cam­biamento, che tiene conto della realtà oggettiva del soggetto, interna ed esterna, il quale recupera le potenzialità positive, promovendo l’integrazione intrapsichica e psicosociale. Ciò gli richiede una presa di coscienza e l’accettazione attiva di norme, criteri e valori a cui aderire in forma critica e costrut­tiva e quindi di attivarsi per realizzarli liberamente. Per esem­pio, non cambia per far piacere al terapeuta, ma per se stesso.

     

    L’adattamento attivo e responsabile costituisce un obiettivo essenziale di ogni psicoterapia. La collaborazione tra psicoterapeuta e cliente mira a far sì che questi possa sviluppare le proprie capacità di adattamento attivo e responsabile, per raggiungere nelle diverse aree del proprio sviluppo personale e psicosociale, le finalità che egli si propone.

    Spesso lo psicoterapeuta si sente chiedere dai parenti del pa­ziente di far ritornare il soggetto (adolescente, giovane, ma­rito, mo­glie) “com’era una volta”. Non è compito dello psico­terapeuta “ade­guare”, in forma passiva e conformistica, le per­sone alle norme, ai criteri e valori della cultura, del gruppo so­ciale e dei differenti sotto­gruppi di appartenenza.

    E’, invece, parte integrante del cambiamento attivo e re­sponsa­bile aiutare la persona ad essere desiderosa, intenzionata e capace di utilizzare le proprie risorse positive, personali e ambientali, per una costruzione integrale e significativa del suo “essere-nel-mondo”; cioè, per scoprire e dare senso alla vita, al proprio pensare ed agire, a trovare la propria congruente mi­sura tra il reale e l’ideale di sé.

     

    Se è vero che una persona è matura, quando attua l’ideale di sé nella situazione, la psicoterapia tende ad aiutare il cliente a fare le proprie scelte, realisticamente, in relazione a bisogni, capacità e va­lori, limiti e condizionamenti, e a concrete possi­bilità di realizzarli, operando un costante confronto tra la realtà del proprio essere e le circostanze, in un costante processo di ricerca di equilibrio dinamico.

    Nel lavoro terapeutico è chiaro che non tutti i pazienti raggiungono uno stesso tipo di cambiamento e un medesimo livello di sviluppo.

    La singolarità e la soggettività delle persone con le loro problematiche comportano che ognuna faccia un suo percorso e segua i propri ritmi.

    Il cambiamento derivato dalla psicoterapia è soggetto a vari fat­tori, tra cui:

    • l’esperienza emotiva, che il soggetto vive e prova nelle va­rie situa­zioni relazionali con la sua intensità e le sue mo­dalità espressive. L’esperienza emotiva del cliente è con­nessa al co­stante flusso tra il presente, il passato e il futuro, legato alle im­plicazioni dei processi transferali e contro­transferali;
    • la padronanza cognitiva, come capacità di comprendere i fe­no­meni e di saperli collocare nel contesto esperienziale. Il costante chiarimento del proprio agire, delle radici e delle sue conse­guenze, facilita la progressione, provoca gli arresti e le regres­sioni e riattiva le nuove conquiste;
    • la regolazione comportamentale, cioè la capacità di tramu­tare in comportamenti aspetti di sé conosciuti cognitiva­mente, cioè di passare dalla conoscenza alla realizzazione concreta, modifi­cando gli atteggiamenti interni in un nuovo equilibrio psicofi­sico.

     

  • 14.11.2014 12:07

    PERCHE’ L’ANSIA E’ COSI’ DIFFUSA?

    di Gian Carlo Gobbi

     

    “Circa un terzo dei miei pazienti non soffre di quella che clinicamente si può chiamare nevrosi,

    ma della mancanza di significato e della vacuità della loro vita.

    Questa può essere definita la nevrosi generalizzata dei nostri tempi”.

                                                                                                 C. G. Jung

     

    Per comprendere l’ansia, la sua così ampia e costante crescita e diffusione, vale la pena soffermarci a riflettere sul nostro modo di vivere, sulla nostra società. I disturbi d’ansia sono diffusi esclusivamente nei cosiddetti paesi ricchi, nelle società definite del benessere, dell’abbondanza, del superfluo, laddove i bisogni primari sono dati per scontati e si diffondono sempre più i bisogni fittizi.

    La società in cui viviamo è tendenzialmente ansiogena: i disturbi d’ansia sono i disturbi psichiatrici più diffusi; le benzodiazepine, cioè i farmaci ansiolitici, non registrano mai cali nelle vendite, anzi!

    Non si tratta di fare un processo alla società, ma solo di considerare che il nostro modo di vivere potrebbe non essere il migliore in assoluto: apportarvi dei piccoli cambiamenti non è poi così impossibile.

    E’ il nostro stile di vita che ci porta ad “andare in ansia”.

    Siamo sempre più ansiosi e infelici, nonostante il fatto che le condizioni di vita, rispetto al passato, siano notevolmente migliorate; siamo circondati da oggetti che ci fanno risparmiare tempo, ma il tempo libero è sempre meno e la quantità di cose da fare aumenta sempre di più; andiamo sempre più in fretta, e non rispettiamo i nostri ritmi interni.

    Tutto deve essere scientifico: si scoprono geni per spiegare ogni cosa; prima si fanno i medicinali e poi si creano le malattie… Tutto deve essere razionale, tutto immediato: viviamo solo con la testa e poco col cuore, pensiamo troppo e non sentiamo più, ricerchiamo la felicità, impalpabile e sfuggente, riducendola in pastiglie, illudendoci che possa essere durevole, e allontanandocene così sempre di più.

    E’ una società che richiede un adattamento continuo, che ci porta a tante scelte rapide e ininterrotte: tutto cambia molto in fretta; ci sono poche certezze, poche sicurezze; manca sempre più il senso di appartenenza; i valori tradizionali si sgretolano; domina l’imperativo del successo a tutti i costi e della competitività esasperata; “gli esami non finiscono mai”, e “il mondo del lavoro è una giungla”.

    Ci attacchiamo a certezze fittizie, come la sicurezza economica e affettiva o il posto fisso; cerchiamo di fare e accumulare sempre di più, per placare la paura di perdere tutto, e la vita si riduce unicamente a questo. Sembra che essa abbia senso solo per il lavoro che facciamo, per gli impegni che abbiamo, per gli hobbies, per le mode in cui ci riconosciamo. Siamo lontani da un modo di essere vitale e profondo: abbiamo scordato la dimensione interiore della vita.

    Siamo “obesi” di cose, inondati da tecnologie di ogni tipo, ma poveri di interiorità e di affetti. Comunichiamo in tempo reale con tutto il mondo, ma non siamo più capaci di farlo con chi ci sta vicino.

    Bisogna aggiungere, specialmente per chi vive in città, la mancanza del contatto anche minimo con la natura: da una recente indagine europea, si ricava che la maggioranza delle famiglie, la domenica, fa pic-nic… in un centro commerciale! Sembra che la visita al centro commerciale, chiuso e climatizzato, sia il modo preferito di passare il tempo libero…

    Il nostro stile di vita si rispecchia bene nel rapporto che abbiamo col cibo, che è divenuto una fonte primaria di ansia, e nel nostro modo di mangiare: siamo nell’epoca del fast-food. Esiste una parola, un concetto, quello di “McDonaldizzazione”, che riassume in modo efficace questo fenomeno.

     “La McDonaldizzazione è il processo per mezzo del quale tutti (o quasi tutti) i valori sociali vengono subordinati all’efficienza, alla comodità e alla gratificazione istantanea di bisogni fittizi. Il processo naturalmente è spinto dal movente imprenditoriale del profitto, e se ne infischia dei valori tradizionali che vengono messi con le spalle al muro” (Rappoport L., Come mangiamo, Ponte alle Grazie, Milano 2003, p. 134).

     Il mondo è sempre meno rassicurante: le nuove tecnologie (telefonini, computer, internet, videogiochi, ecc.) si trasformano in fonti di ansia sempre nuove, creando vere e proprie dipendenze e crisi d’astinenza. Quanto ad internet, ad esempio, è sempre più diffusa l’ossessione della connessione: dobbiamo essere sempre connessi, sempre reperibili, sempre informati.

     I mass-media dominano la nostra vita: per loro intrinseca caratteristica, dovendo attirare l’attenzione di tutti, si focalizzano sugli aspetti negativi e li esasperano, e perciò divengono ansiogeni, soprattutto la televisione.

    G. C. Gobbi, Vincere l'ansia, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2008, pp. 22-24.

     

     

  • 14.11.2014 11:57

    LE COMPETENZE ORIENTATIVE PROPEDEUTICHE ALLA SCELTA POST DIPLOMA

    di Gian Carlo Gobbi

    “Che bello, prof! Ci ha fatto riflettere su di noi! E’ stato molto interessante!” Con questa frase, espressa con tono entusiastico e quasi di sorpresa, uno studente del quinto anno riferisce al proprio professore, che non era presente durante l’attività, quanto appena sperimentato durante un laboratorio di orientamento. Mi trovo in un Istituto Tecnico della provincia di Vicenza e al di là della soddisfazione per il feedback positivo, come consulente d’orientamento non resto stupito da quanto evidenziato.

    Spesso ci troviamo di fronte a ragazzi e ragazze sovraesposti a una moltitudine di informazioni e di stimoli ma poco abituati alla riflessione, all’analisi e al ragionamento su se stessi e sulle esperienze che vivono. Sembra mancare l’abitudine alla metariflessione.

    La metariflessione consiste nel ripercorrere la propria esperienza analizzando le strategie utilizzate,  i passaggi cognitivi e il vissuto emotivo. Ha un valore importante dal punto di vista della costruzione delle conoscenze, dell’acquisizione della consapevolezza di sé, dell’accettazione di diverse modalità di interpretazione di un’esperienza.

    Vi è quindi necessità di un orientamento efficace e formativo, con azioni sempre più diffuse e incisive, che incoraggi la metariflessione e porti a sviluppare quelle competenze orientative (propedeutiche, di automonitoraggio e di sviluppo) indispensabili in tutti i momenti di passaggio della vita, con l’obiettivo di aiutare ad affrontare le scelte in un contesto in forte mutamento; contesto che richiede adeguamento continuo e capacità di continuare ad imparare “lungo tutto l’arco della vita”.

    Per competenze orientative si intende quell'insieme di caratteristiche, abilità, atteggiamenti e motivazioni personali necessarie per gestire con consapevolezza ed efficacia la propria esperienza formativa e lavorativa, superando positivamente i momenti di snodo: esse non sono innate, ma si apprendono (Pombeni, 2000).

    L’intervento del consulente di orientamento si attua nella fase in cui si creano le premesse necessarie alla costruzione di una reale capacità di auto-orientamento: dall’analisi delle risorse personali e della motivazione (la capacità di mantenere nel tempo un comportamento attivo rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere o evitare), allo sviluppo delle competenze orientative quali l’attivazione orientativa (la capacità di darsi da fare per acquisire informazioni sulle diverse opportunità di scelta); l’autoefficacia orientativa (cioè la percezione di essere in grado di effettuare una scelta importante); la progettualità orientativa (la capacità di identificare delle mete e degli obiettivi da raggiungere); l’automonitoraggio (la capacità di mantenere un buon livello di consapevolezza delle proprie potenzialità e della realtà circostante, che permetta di prender parte in maniera proattiva al processo decisionale).

    Su queste premesse si è basato il contributo che Cosp Verona, come partner operativo, ha dato al progetto FSE della Regione del Veneto "L'Istituto Tecnico come prima Impresa" di Confindustria Veneto. Il progetto, che si è da poco concluso, si è rivolto agli studenti e alle studentesse delle classi IV e V degli Istituti Tecnici Tecnologici della regione.

    All’interno di un progetto molto articolato, Cosp Verona ha portato il suo contributo e l’esperienza dei propri consulenti nello svolgimento di vari moduli di orientamento formativo che hanno riguardato tre aree: “Le competenze orientative propedeutiche e aspecifiche”, “Le competenze di automonitoraggio” e “Le Competenze orientative di sviluppo”.

    Riguardo alle competenze orientative propedeutiche e aspecifiche i laboratori svolti nelle classi hanno inteso attivare dispositivi utili per sviluppare negli studenti e nelle studentesse:

    - presupposti per un reale auto-orientamento;

    - pre-requisiti minimi per affrontare positivamente gli snodi complessi del processo di orientamento scolastico e professionale;

    - atteggiamento e stile proattivo rispetto alla propria storia individuale.

    I contenuti hanno riguardato la rappresentazione di sé, la presa di coscienza delle proprie modalità di scelta, l’analisi delle risorse personali, il confronto tra le dimensioni di desiderabilità e fattibilità.

    La metodologia utilizzata è stata interattiva e coinvolgente, alternando lavoro individuale e lavori di gruppo, brainstorming, tecniche di auto-osservazione con utilizzo di presentazioni in Powerpoint, schede, filmati.

    Il presupposto all’operato dei consulenti d’orientamento di Cosp Verona (in questo come in tanti altri progetti) è la necessità di creare un sistema di orientamento in cui i diversi servizi operino in sinergia tra loro con l’obiettivo comune di mettere le persone nelle condizioni di sviluppare un processo di auto-orientamento che le renda autonome e in grado di saper gestire le proprie scelte e la propria vita lavorativa, così da affrontare al meglio i cambiamenti e le transizioni formative e lavorative che il mondo del lavoro sempre più spesso richiede.

    Articolo tratto da "Comunicazioni Speciali", Anno I, numero 2 - giugno 2014, rubrica mensile di approfondimento sull'orientamento scolastico e professionale a cura di Cosp Verona (consultabile e scaricabile su www.cosp.verona.it)

     

  • 13.10.2014 12:51

    LA CONSULENZA CON L’ADOLESCENTE E LA SUA FAMIGLIA

    di Gian Carlo Gobbi

    Elisabetta ha 17 anni, giunge in consulenza a causa
    della sua attuale situazione di forte ansia. Siamo in aprile, da due mesi
    si è ritirata da scuola, dove eccelleva nei voti in tutte le materie. La
    scuola era diventata troppo pesante, non ce la faceva più a reggere
    quei ritmi.
    È una ragazza che sta male, sembra che dentro di lei si sia rotto
    qualcosa, vorrebbe andare a scuola tranquillamente, ma non ci riesce,
    non riesce più a vedere nessuno, si è chiusa nella propria angoscia. Un
    interrogazione andata male e il susseguente diverbio con un’insegnante
    è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: qualche assenza,
    malesseri fisici limitanti (specialmente fortissimi mal di pancia), fino
    al non riuscire più a uscire di casa. Ora sta preparando l’esame da privatista
    per esser ammessa all’anno successivo. Quando viene al primo
    colloquio i genitori, con preoccupazione e impotenza dipinti sul volto,
    mi riferiscono che è la prima volta che esce di casa da tre settimane;
    hanno bisogno di aiuto.
    Nel frattempo hanno comprato il libro “Vincere l’ansia”, l’hanno
    letto e anche Elisabetta l’ha letto, motivo per cui è venuta fiduciosa,
    sa già di poter essere capita e ha già colto alcuni aspetti importanti del
    suo disagio.
    È primogenita (ha un fratellino piccolo), ed appare come una ragazza
    molto educata, tranquilla, intelligente, con ottime risorse, ma
    che fatica ad accettarsi e a relazionarsi con i coetanei. Ha compreso
    che a livello scolastico e nella relazione coi compagni prendeva tutto sul
    serio, era troppo attenta alle valutazioni, in perenne competizione,
    sempre contratta, mai rilassata, col pensiero sempre sulla scuola: non
    era più vita, si era rinchiusa in una prigione da sola.
    Anche la madre ha sofferto di periodi d’ansia in gioventù, ma come
    spesso accade Elisabetta non sa nulla a riguardo, quasi fosse un disonore
    del ruolo genitoriale; capisce solo che la mamma tende a preoccuparsi
    un po’ troppo e ad essere agitata.
    Al secondo colloquio Elisabetta riferisce che è stato faticoso ma è
    riuscita a uscire, prima con la mamma per andare dai nonni, poi dalla
    parrucchiera. Il papà è felice, ma incredulo, quasi che sia successo un
    miracolo. La settimana dopo riprende a vedere le amiche, ha ancora
    mal di pancia, ma si è disinnescato il circolo vizioso in cui era prigioniera
    e trae molta forza dal vedere che non è più bloccata, che sta
    reagendo e sta riuscendo in cose che fino a poco prima sembravano
    impossibili. Continuiamo con la terapia e il percorso procede oltre
    ogni più rosea aspettativa. Elisabetta esce sempre più spesso, impara a
    rilassarsi, si prepara per gli esami senza stress e ansia, sapendo che comunque
    l’importante è tornare a vivere. Passa molto bene l’estate, esce
    come mai aveva fatto prima e conosce nuovi coetanei. A settembre affronta
    l’esame: non va troppo bene, ma viene premiata per l’impegno
    e promossa in quarta superiore. Riprende la scuola serena e fiduciosa,
    si inserisce molto bene in classe, dove finalmente è libera di essere
    se stessa; dopo aver superato quello che ha passato, interrogazioni e
    verifiche non sono più fonte di ansia. Ai genitori non sembra vero
    di essere usciti da quell’incubo. Ci vediamo meno spesso e solo per
    monitorare i progressi ed affrontare certe piccole difficoltà che ancora
    persistono, ma che sono poca cosa rispetto alla situazione di partenza.


    Non sempre va così bene e soprattutto in tempi così rapidi, ma
    quando si trova la chiave giusta per ascoltare, comprendere e aiutare
    gli adolescenti, essi mostrano risorse e capacità di cambiamento impensabili.
    Quando si ha il sospetto che qualcosa non vada per il verso giusto,
    quando si percepisce eccessivo disagio e quando il clima familiare è divenuto irrespirabile è sempre bene richiedere una consulenza.
    Può servire anche come conferma che il percorso di crescita
    proceda nella giusta direzione e per tranquillizzarsi trovando però
    nuove modalità di convivenza familiare. Soprattutto quando è difficile
    fare un analisi distaccata e corretta del disagio, è opportuno
    consultare un esperto.
    Se stanno male, se sono in difficoltà, i ragazzi e le ragazze solitamente
    accettano volentieri aiuto, a volte hanno bisogno di una spinta.
    Durante i colloqui di solito, se si fidano, parlano, raccontano, si sfogano,
    riflettono: è uno spazio per potersi esprimere, per affrontare le
    loro difficoltà in terreno neutro, per aumentare la loro autostima, per
    essere accompagnati per un breve tratto della loro crescita, quando c’è
    qualcosa che li sta frenando.
    Alla fine dei colloqui è opportuno che un genitore non chieda
    troppo, che rispetti la loro privacy, soprattutto se generalmente con
    loro sono muti e scontrosi. Il genitore ha sempre modo di partecipare,
    viene comunque tenuto al corrente, è coinvolto ma senza violare lo
    spazio dei figli e il rapporto di fiducia instauratosi col terapeuta.
    Di fronte alle varie difficoltà non è possibile dare risposte precostituite
    ai genitori, però attraverso un percorso di consulenza ogni famiglia
    può trovare una soluzione personale in base alle caratteristiche
    individuali dei membri che la compongono e al modo in cui essi interagiscono.
    L’intervento psicologico coi genitori propone percorsi di
    approfondimento e miglioramento degli stili educativi partendo dalle
    situazioni di difficoltà quotidiane per facilitare la comunicazione nel
    rapporto educativo con i figli, per acquisire abilità nell’ascolto e nella
    riformulazione dei messaggi, per saper esprimere i sentimenti, negoziare
    le regole, la disciplina, ridefinire il rapporto fra autorità e libertà,
    favorire la gestione dei conflitti, ecc.
    Per un genitore, alle prese con un figlio adolescente, è normale avere
    difficoltà nel distinguere quale sia il confine tra un comportamento
    che indica un campanello d’allarme e che quindi va assolutamente
    ascoltato e capito e uno che rientra nella normale crisi adolescenziale.
    Lo psicologo può essere utile a dissipare ogni dubbio e in caso di necessità indicare una via adeguata per aiutare il giovane a compiere le tappe che la vita richiede e la sua famiglia a ritrovare la serenità.

    Gian Carlo Gobbi, "Quei comportamenti che ci fanno ammattire", in AA. VV., Come sopravvivere con un adolescente, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2012, pp. 97-99..

  • 13.10.2014 12:39

    L'APPRENDIMENTO E UN PAPERO CHE SUONA Uno sguardo psicomotorio (seconda parte)

    di Pier Paolo Gobbi

    C'era una volta una formica che incontrò un millepiedi e gli chiese:
    Ma tu, gentile e strano animale, come fai con tutti quei piedi a riuscire
    a camminare così disinvoltamente?
    Il millepiedi si fermò, ci pensò a lungo…e da quel momento non riuscì più a muoversi.

    Questo piccolo racconto mette bene a fuoco la relazione stretta che in ognuno di noi c'è tra corpo e mente e questo è particolarmente evidente nei bambini e giustifica la bontà di osservare le origini corporee dell'apprendimento. Ricordate che l'abbiamo definito come un movimento del bambino verso la realtà, per prenderla,conoscerla e farla propria, immaginando la mente come un prolungamento delle manine del bambino e le manine come gli amici più cari della mente.
    Abbiamo poi visto che tale movimento è sostenuto dal desiderio del bambino, che cresce bene in compagnia di due sorelle speciali, che i genitori curano e gli fanno gradualmente conoscere: la buona dipendenza e la buona autonomia. Abbiamo insistito sulla continuità tra le esperienze primarie e concrete di movimento, gioco, esplorazione ( viva il gioco, le avventure, i genitori che giocano,la scuola dell'infanzia e le brave maestre!) e le successive esperienze di apprendimento più cognitivo.
    Ci siamo infine chiesti anche se, partendo dal corpo e dal movimento ( visto che le esperienze primarie li vedono protagonisti) si possono aiutare i bambini che sembrano avere uno scarso desiderio di apprendimento scolastico o difficoltà a scuola.

    1- Ogni bambino è una domanda per noi

    Oggi la pluralità di risposte "scientifiche" alle difficoltà dei bambini è davvero imponente, soprattutto in internet, a volte persino troppo, tanto da rischiare di perdere di vista una cosa importante: la scuola è una parte importantissima della vita di un bambino ma ogni bambino ogni mattina va a scuola con tutta la sua storia e quando apre il suo pesante zaino non ci trova dentro solo i libri e l'astuccio...ma anche la mamma e il papá, che ci sono e non ci sono, la relazione con loro, trova i fratelli e le sorelle,che ci sono e non ci sono, ritrova come vecchie briciole di pane le prime esperienze di vita, gli stimoli e le esperienze che ha vissuto, che vive e non vive, trova a sua originalità insopprimibile,...continuate voi...cosa c'è nello zaino del vostro bambini/a?

    Significa che qualsiasi sia la difficoltà scolastica di un bambino, essa è sempre una domanda per noi e quindi attende ascolto, accoglienza, accettazione e comprensione.
    A volte certo serve anche del lavoro con e per il bambino, per migliorare. Sempre però dobbiamo essere disponibili a metterci in gioco noi grandi, genitori e insegnanti e avere uno sguardo bello sul bambino, visto sempre come un potenziale che c'è è va scoperto e realizzato, ma anche come un mistero originale che va accolto e non sarà mai compreso del tutto, ma sempre totalmente amato.

    2- Il corpo è un metodo di studio?

    Il corpo può aiutare un bambino ad andare meglio a scuola?
    Se la parola “metodo” significa via che si segue per giungere più rapidamente a un fine prefissato, tutto quello che siamo andati dicendo fino ad ora dovrebbe consentirci di rispondere positivamente a questa domanda.
    Fino a che non arrivano alla Scuola primaria i bambini solitamente sono come il millepiedi del raccontino: si muovono, corrono, giocano senza tanti pensieri e tutto solitamente va bene. Non è sempre vero, in realtà...perchè i bambini i loro segnali di fumo ce li mandano in mille modi, soprattutto corporei. Vero?
    Il corpo e la mente vanno d’accordo quasi sempre e i bambini sembrano proprio avere mille piedini e le calze antiscivolo che compriamo loro non bastano mai!

    Poi iniziano le Scuole, arrivano le maestre, i compiti, c’è da stare più fermi in classe, attenti, c’è da imparare a leggere e a scrivere, grandi segni di un io autonomo e in serena relazione con la realtà, e tutto il resto. C’è da “imparare ad imparare”. L'io del bambino, forte delle sue buone esperienze di dipendenza e delle sua avventure di autonomia, ora è chiamato a "muoversi" con desiderio autonomo verso gli "oggetti" scolastici dell'apprendimento ( vedete che il movimento c'entra!) attraverso la relazione con le insegnanti, che dovrebbero essere animati dal loro desiderio e passione verso la realtà e trasmetterli quasi per contagio ai bambini! ( Beati questi insegnanti! )
    La realtà ci dice che le cose non vanno sempre benissimo: oggi sempre più si riscontrano nei bambini difficoltà di attenzione,di scrittura e lettura, difficoltà significative di rendimento in alcune materie. Altri manifestano iperattività, impulsività, inibizione, stati d’ansia frequente, disturbano, partecipano poco alle lezioni, sono demotivati, ecc. Sorvoliamo sui "disturbi" e difficoltà di chi fa scuola. Parlando con le insegnanti, spesso si lamentano del clima troppo “vivace” delle loro classi, che rende difficile insegnare ed evidenziano la difficoltà di attenzione, in molti bambini.“State attenti!” è forse la frase più usata nelle classi!
    Molti studi condotti sui bambini con "disturbi di apprendimento" mostrano che essi in generale sono intelligenti ma presentano una “disarmonia psicomotoria”, che fa da sottofondo alle difficoltà di apprendimento.
    Che fare?

    3- Prima il piacere, poi il dovere

    Lo so, il proverbio è diverso, ce lo hanno insegnato al contrario ma stiamo attenti: a volte, con i bambini che faticano a scuola, è utile lasciare inizialmente da parte l’obiettivo cognitivo e dell'apprendimento scolastico e iniziare a lavorare in un certo senso sui "fondamentali",sulle origini dell'apprendimento: il desiderio, il piacere, la relazione.
    Si inizia così a lavorare con il corpo in movimento e con gli oggetti concreti, i più vicini alla prima infanzia(palla, corde, cuscinoni, ecc.): l'obiettivo è proprio favorire e riscoprire un desiderio personale del bambino, il suo desiderio, da cui partire verso la realtà, con nuovo interesse e gioia.
    Qualche genitore quando suo figlio che va male a scuola viene a fare psicomotricità, mi chiede: “Cosa c’entrano saltare e giocare con la scuola?”
    C'entrano moltissimo!
    Nel lavoro psicomotorio ci si dedica proprio a riscoprire il desiderio e a favorire l’identità, l’autonomia e la relazione perchè senza questi elementi non ci può essere vero apprendimento o è una fatica quotidiana che stressa tutti, dal bambino ai genitori e porta via un sacco di energie e tempo.
    Perché dico che servono identità e autonomia?
    Perché il pensiero autonomo può emergere solo se l’altro si “allontana” dal corpo e dalla mente del bambino e gli consente di pensare e agire e desiderare in autonomia e così gradualmente passare da una relazione concreta, corporea, tipica del primo anno di vita, a una relazione simbolica, mediata dalla parola e dal pensiero, che è quella poi richiesta anche dall’apprendimento scolastico.
    Sembra scontato, ma vi assicuro che non è così: la maggior parte dei bambini hanno poca esperienza di un reale spazio di desiderio e autonomia. Riconosciamo che sono spesso iperprotetti, assistiti in molte cose che potrebbero fare da soli, invasi da noi grandi, super esaltati come prodigi per ogni cosa, o al contrario, lasciati ad arrangiarsi sempre, “tanto è grande”, con un grande senso di solitudine emotiva e fragilità nascosta sotto tante competenze ed esperienze che gli facciamo fare. Molti bambini sono disarmonici nella relazione tra corpo e mente, tra sé e la realtà.
    Se molti bambini di otto-nove anni e oltre, non fanno i compiti se la madre non è vicino o se il papà non urla sempre, quasi sempre non è perché non sono intelligenti o i compiti sono particolarmente difficili. E’ che hanno bisogno ancora del corpo della madre vicino, è lei che fa per loro. Hanno bisogno della voce del papà, di un legame reale affettivo e di qualcuno che desidera e pensa per loro. Devono crescere nell’autonomia vera, anche se sono “grandi” e giustamente vogliono affermarlo in mille modi (per ultimo lo studio!).

    Ma è sempre la domanda vera del nostro bambino che dobbiamo cogliere e chiederci se a casa nostra e nelle complesse relazioni della famiglia lui ha un reale spazio di desiderio personale, di autonomia, di azione.
    Poi chiederci se la nostra relazione con lui è buona ed equilibrata, se consentiamo anche esperienze di frustrazione e infine come possiamo fare per favorire questi prerequisiti anche dell'apprendimento.
    Avete qualche idea?
    Sono sicuro di sì...

    (2- Continua)

  • 09.10.2014 12:07

    L'APPRENDIMENTO E UN PAPERO CHE SUONA Uno sguardo psicomotorio (prima parte)

    di Pier Paolo Gobbi

     

    Diceva una grande educatrice, che "Niente può giungere alla mente se non passa dalle mani".
    Ripensavo ieri rincasando a queste parole di Maria Montessori. E' trascorso quasi un mese dall'inizio delle scuole, che vedono ogni famiglia con bambini e ragazzi confrontarsi con l'avventura quotidiana dell'apprendimento, soprattutto nel suo volto, non sempre lieto...dei compiti per casa! Sull'argomento compiti prometto di ritornare in un altro contributo, qui vorrei fermarmi a riflettere con voi con semplicità sulle origini dell'apprendimento ( argomento dalle mille sfaccettature e che coinvolge diverse discipline e sguardi) così come si colgono dalla finestra della mia stanza di psicomotricità, dove iniziano ad arrivare alcuni bambini anche per un aiuto alle difficoltà a scuola. È uno sguardo parzialissimo, certo, ma forse utile, che parte da quello che si coglie guardando dalla finestra verso l'interno della stanza, dove si muove lo spettacolo più bello: la vita dei bambini.

    1- Due sorelle per ogni bambino

    Chi è genitore o ha il dono di lavorare con i bambini, sa bene che ogni bambino per crescere in armonia ha certamente bisogno di avere...almeno due sorelle!
    Non preoccupatevi, intendo che ha bisogno di fare regolari esperienze di contatto, contenimento e "buona" dipendenza dagli adulti che gli vogliono bene, ma deve anche provare a staccarsi dall’abbraccio iniziale dei genitori, ad allontanarsi e muoversi alla scoperta del mondo intorno a sé per vivere la "buona " autonomia.
    Dipendenza e autonomia sono come due sorelle di ogni bambino che cresce e molto di quello che accade negli anni successivi della vita del bambino, anche negli aspetti di difficoltà, ha una parte delle sue radici in come è stata vissuta questa duplice e necessaria esperienza che chiamiamo "buona " dipendenza e "buona"autonomia. Molto ci sarebbe da parlare su ciascuna delle sorelle...a casa vostra come stanno?

    Non c’è niente di più bello che osservare un bambino piccolo che dopo aver vissuto il primo periodo di vita immerso nella buona dipendenza, mano stretta stretta nella mano con sorella dipendenza, ora si apre e si “sgancia” e comincia ad esplorare la realtà diventando complice di sorella autonomia!
    Quante differenze in questo, nei bambini piccoli! Chi "gattona" presto ed esplora tutta la casa, chi rimane fermo vicino alla sedia della mamma, anche se avrebbe le capacità di spostarsi!
    Ma quante differenze anche nei bambini più grandi e nei ragazzi tra chi è sempre “affamato” di vita (oltre che di abbondanti piatti di pastasciutta!) a casa, a scuola, nello sport, nella musica e per questo si "dà una mossa", si muove come un esploratore e invece chi sembra non desiderare niente o desiderare tutto per un solo istante e poi molla la presa. Dico "sembra" volutamente per ricordare a me stesso e a voi che sempre dobbiamo credere che anche dentro e dietro il bambino, figlio, allievo meno desiderante e a volte in qualche frangente meno desiderabile, c'è un fuoco, magari una brace piccola che se però riceve il soffio giusto...è' il vento dell'avventura dell'educazione!
    I nostri bambini, i nostri ragazzi come sono? A che sorella sono più attaccati?
    Come stiamo a fuoco e braci? Chi soffia? Come?

    2- Un papero che suona

    Quando inizia l'apprendimento?
    Le ricerche più recenti ci testimoniano che la prima "aula" di apprendimento è il grembo materno, dove il bambino gradualmente inizia ad essere protagonista dell'avventura della conoscenza ( altro bellissimo tema da approfondire!).
    Poi, dopo nove mesi di aula "primaria", il bambino viene alla luce e gode dei fantastici mesi della scuola più bella del mondo: l'abbraccio caldo e ricco di emozioni di mamma e papà! Chiamiamola la scuola dei corpi intrisi d'amore. Ogni coppia genitoriale una storia, ogni bambino un'avventura nuova! Qui stanno le radici del sentirsi vivo, accolto sempre e comunque, amato, degno, felice, qui sta anche la radice di quel bisogno mai colmato di un abbraccio che cerchiamo ogni giorno, in vari modi...
    Ma il tempo corre veloce e il desiderio più grande che il bambino prova verso la fine del primo anno di vita è quello di scoprire la realtà fuori di sé, vedere un oggetto, desiderarlo, pensarlo e muoversi per prenderlo. E’ un’esperienza fondamentale della vita, il primo passo della fantastica avventura per la realizzazione di sé, del pensiero e dell’apprendimento: infatti, solo se ho un desiderio, se penso con la mia testa e mi muovo, mi attivo, posso “apprendere”: posso cioè prendere il mondo verso di me, portare in me la realtà, integrarla con le esperienze precedenti e farla mia. Questo è l’apprendimento vero, che dura tutta la vita e fa di ogni nuovo giorno un giorno nuovo, come canta Claudio Baglioni in una bella canzone.
    L’apprendimento per me è iniziato da un paperino di gomma. Sapete, quelli che divertono tanto i bambini e che se non li vedi al buio, rincasando la sera tardi, ci pesti sopra e fanno quel bel “qua”, che risuona nel silenzio della casa e rischia di svegliare i bambini!
    E’ proprio quel paperino che un giorno da piccolo ho visto sul pavimento, l’ho desiderato tanto e siccome nessuno me lo dava, ho “pensato” con la mia testa e mi sono attivato per andare a prenderlo, muovendomi!
    E’ una storia personale, ma è per dirvi che senza incontrare un paperino interessante che qualcuno ha posto prima di me, senza desideri e senza attivazione personale non ci può essere vero apprendimento.
    Quando mi sono sposato, ho portato con me quel paperino nella nuova casa, proprio quello che usavo da bambino, l’ho messo sopra la mia libreria. Ogni tanto lo guardo e salgo in alto sulla sedia a farlo suonare, per risentire il suono di quei giorni dell’infanzia e ricordarmi sempre di essere capace di stupore davanti ai bambini e alla vita.
    Lo vedete nella foto!

    3- Un movimento verso la realtà

    L’apprendimento dunque è un movimento che dura tutta la vita e consiste nell’integrare in maniera creativa e personale la realtà esterna con quella interna.
    In questo i bambini sono maestri e ci insegnano una cosa importante: come è stato per me, che ero un normalissimo bambino, è il movimento ricco di desiderio che rende possibile all’inizio l’apprendimento. Lo diciamo anche ai ragazzi grandi: “muoviti!”.
    Nei primi anni il movimento è realmente fatto di spostamenti nello spazio, manipolazioni, esperienze sensoriali, guidate dalla grande fame di vita che il bambino ha e dal suo desiderio forte di provare e riprovare. Il gioco è il regno, mai troppo valorizzato, di tutto questo!
    Poi però gradualmente il bambino cresce, si muove sempre di più anche con la testa, con il pensiero e il corpo rimane sotto controllo ( non sempre ugualmente per tutti! ) ma la dinamica conoscitiva è la stessa: anche il pensiero è un “movimento”, verso un testo, una parola, un contenuto da imparare e fare proprio.
    Devo accorgermi di un oggetto che mi suscita interesse, devo attivarmi, devo avere desiderio di raggiungerlo e farlo mio, magari poi per condividerlo..
    Se stiamo attenti ci accorgiamo che è la stessa cosa che fanno i bambini con le cose, giocando, esplorando, toccando, costruendo, condividendo.
    Quante volte anche nei bambini cresciuti, che magari fanno la quinta elementare o oltre, si osserva che si “muovono” poco verso la realtà e hanno poco interesse per ciò che accade o devono imparare!
    Come aiutarli?
    Forse occorre ripartire da...un papero che suona!
    ( continua)
     

     

  • 09.10.2014 11:56

    LA PSICOLOGIA CLINICA

    di Gilberto Gobbi

     

    “La novità della psicoterapia come scienza, arte, tipo di rela­zione o servizio, si riflette nel fatto che tutt’oggi ancora non ne esiste una de­finizione precisa, che sia per tutti accettabile. An­che dal punto di vi­sta del paziente o cliente possono esservi molte definizioni, poiché ciascuno vive la propria esperienza in modo unico” (W.H. Fitts)

     

    La psicoterapia, all’interno del vasto territorio della psi­cologia, appartiene al settore della psicologia clinica, che deve il suo nome alla psicologia americana, in cui la psicoterapia è stata fortemente le­gata alle cliniche psicologiche, luoghi dove si affrontava oltre la dia­gnosi anche la cura (terapia) delle di­sfunzioni psicologiche (psico­patologie).

    All’inizio del XX secolo Lightner Winter, allievo di Wil­hem Wundt, il fondatore  del primo istituto di psicologia spe­rimentale a Lipsia, apriva a Philadelfia la prima clinica psico­logica, fondando anche la rivista “Psychological Clinic”. Da allora il termine di psi­cologia clinica si è diffuso in tutto il mondo, come quella branca della psicologia  che affronta con metodi scientifici le psicopatolo­gie.

    Oggi oltre il 65% degli psicologi lavora nel campo della psicolo­gia clinica, il cui settore si è estremamente ampliato negli ultimi anni.

    Occorre prendere atto che non c’è una sola psicologia cli­nica, in cui gli operatori si riconoscono e che gli orientamenti psicoterapeu­tici sono molteplici; tuttavia  il modello di base, da cui ogni indirizzo psicoterapeutico parte, è costituito dai se­guenti fattori comuni: di­sturbo – sintomo – causa – cura o te­rapia – prevenzione.

    Dal modello base comune emergono vari collegamenti tra gli elementi, che vedono il disturbo psichico nella posizione centrale di una triangolazione, formata dal rapporto tra di­sturbo psichico, tera­pia e prevenzione (fig. n. 1). Da questa triangolazione si struttura la relazione terapeutica tra terapeuta e cliente che, determina profon­damente il percorso clinico as­sieme all’orientamento teorico dello psicoterapeuta (fig. n. 2).

    A questo punto occorre chiarire il significato del termine clinico, che abbiamo trovato accanto a quello di psicologia, perché connota e specifica il contenuto della “psicologia cli­nica” e dello stesso inter­vento psicoterapeutico.

    Da un punto di vista generale, il termine clinico viene usato per indicare chiunque, con interventi sistematici, tenti di modificare e migliorare lo stato psicologico di una persona. Così, di là delle competenze professionali, il termine clinico è usato semplicemente con riferimento alla persona, che effet­tua l’intervento psicologico, prescindendo da quale possa es­sere la sua particolare formazione professionale. In questo senso generale è un “clinico” chi opera con intento di interve­nire sulla psiche delle persone per modificarla.

    Nel significato specifico della psicologia clinica, invece, il ter­mine clinico è riferito essenzialmente alla competenza e at­tività dello psicologo-psicoterapeuta, quindi a quel professio­nista, che ha con­seguito una formazione specifica per lavorare nell’ambito della psi­cologia clinica.

     

    Le questioni, a cui la psicologia clinica cerca di dare risposte, sono:

    • che cos’è un disturbo psichico?
    • come nasce e si sviluppa?
    • da che cosa è causato?
    • come può essere curato?
    • come si può prevenire?

     

    Nel vasto orizzonte della psicologia, gli ambiti della psi­cologia clinica, che determinano con chiarezza le competenze e gli interventi dello psicoterapeuta, sono:

    -  studio della personalità, per verificare e accertare le possibili cause del suo cattivo funzionamento e programmare gli in­terventi più consoni;

    -  attivazione di uno dei vari tipi di intervento psicoterapeutico;

    - intervento con azioni svolte sull’ambiente sociale del pa­ziente/cliente, sulla famiglia, sull’ambiente di lavoro o sulla comu­nità, in senso lato.

     

    Di che cosa si occupa la psicologia clinica

    La psicologia clinica si occupa della comprensione e del miglioramento del funzionamento psicologico della persona.

    La sua competenza specifica riguarda in particolare i problemi umani della persona e del gruppo sociale in generale.

    Essa si dedica a migliorare la situazione degli individui sofferenti; per fare ciò si serve  delle migliori conoscenze e tecniche disponibili e si sforza, attraverso la ricerca, di accrescere la conoscenza e di affinare le tecniche necessarie ad aumentare l’efficacia degli interventi futuri.

     

     

  • 09.10.2014 11:54

    L'aquilone della psicomotricità

    di Pier Paolo Gobbi

     

    Chi è uno psicomotricista?

    Osserviamo la parola psicomotricità come fosse un aquilone in volo: cosa scorgiamo? Per prima cosa vediamo il volto di una persona, che fa di mestiere lo/ la psicomotricista. È' un uomo, una donna, che ha fatto un percorso di formazione teorica, pratica e vissuta per diventare uno "specialista del linguaggio del corpo come relazione".

    Svolge la sua professione con interventi di educazione, prevenzione e aiuto psicomotori, sempre secondo una visione unitaria e globale della persona e privilegiando l'utilizzo di metodologie a mediazione corporea.

    Opera per favorire lo sviluppo psicofisico della persona in età evolutiva, contribuisce a mantenere l'equilibrio psicofisico della persona adulta e anziana, aiuta a superare i momenti di crisi nelle diverse età, cercando di prevenire l'insorgenza di una situazione patologica.

    Interviene quando sia indicato l'intervento psicomotorio. In età evolutiva:

    -per ritardi e sindromi psicomotorie;

    - per disordini spazio/temporali e dello schema corporeo;

    - per carente immagine di sè;

    - per disturbi del carattere, tensioni emotive, impulsività, timidezza, iperattività;

    - disturbi del comportamento e della comunicazione;

    - difficoltà scolastiche, di scrittura e lettura;

    - ritardi e difficoltà del linguaggio;

    - disturbi precoci della relazione corporea con conseguente sviluppo disarmonico della personalità;

    - disturbi psicomotori secondari, che si aggiungono alla presenza di handicap organici;

    - disturbi legati alla prematurità, alla ospedalizzazione;

     

    Cosa fa uno psicomotricista?

    La psicomotrcità opera sempre attraverso azioni concrete, che sono agite nello spazio e nel tempo reale della stanza di psicomotricità. Il lavoro psicomotorio è sempre un agire e fare per maggiormente essere.

    È un percorso per favorire il passaggio da una motricità disorganizzata e poco vissuta, ad una motricità più vissuta, cioè investita di sè sul piano emozionale, affettivo ed emotivo. È infine giungere ad una motrcità organizzata e pensata coerentemente per sè e per gli altri.

    È anche un cammino dalla dipendenza alla vera autonomia.

    È così comprensibile che l'obiettivo del lavoro corporeo che si fa in psicomotricità è quello di aiutare la persona per prima cosa ad entrare in relazione cosciente con le proprie sensazioni, in particolare quelle profonde, che sono la memoria delle proprie emozioni, l'origine delle funzioni psicomotorie é dei propri comportamenti. Poi l'obiettivo è di armonizzare le proprie sensazioni, azioni ed emozioni nella relazione con l'altro e gli altri.

    Infine, solo quando ognuno ha scoperto e vive la propria identità, vi è vera autonomia psicomotoria e ci può essere autentica comunicazione e si puòpassare armoniosamente dall'azione agita alla rappresentazione, dal corpo alla parola per poi ritornare alla parola.

    Detto con un linguaggio specifico, il percorso di aiuto psicomotorio in ottica evolutiva, contribuisce alla costruzione o armonizzazione migliore dell'identità partendo dal sè corporeo, dalla centralitá del corpo come luogo di identità, memoria ed espressione della vita della persona, corpo che è sempre soggetto di afferente emotive e di relazione con il mondo.

    Detto riprendendo l'immagine della psicomotrictà come un aquilone, l'obiettivo del lavoro psicomotorio è sempre che ogni persona, cioè ogni aquilone, possa fare i suoi propri voli, non perfetti, ma sia in grado di prendere vento e vivere meglio.

     

  • 09.10.2014 11:53

    LA PSICOTERAPIA

    di Gilberto  Gobbi

     

    "Chi non crede non s'imbatterà mai in un miracolo. Di giorno non si vedono le stelle" (Kafka), perché il miracolo è credere alla possibilità del miracolo del proprio cambiamento.

    Ognuno di noi si può trovare di fonte a difficoltà, che necessitano soluzioni impellenti, e sentire la necessità d'appoggiarsi ad una persona per affrontare un periodo difficile della vita, per capire ciò che sta succedendo e per ritrovare la strada ed uscire dalla "selva oscura" a "riveder le stelle".

    Rientra nella normalità il dover affrontare dei problemi. Ciò rappresenta una caratteristica della condizione umana dello stare nel mondo. Succede a psicologi e psichiatri, a medici e sacerdoti, ad imprenditori ed operai, a liberi professionisti ed impiegati, a giovani e a meno giovani, di vivere situazioni molto ansiogene, di avere qualche trauma che offusca l'orizzonte e attacca la volontà.

    Può essere allora necessario trovare una figura d'appoggio o sperimentare un metodo che faciliti l'uscita da uno sterile travaglio e dall'apatia.

    In situazioni simili le modalità usate nel passato erano molto varie. Alcune persone si ritiravano in meditazione e raccoglimento per scavare nell'esperienza e nei ricordi del passato, per liberarsi da angosce  attraverso tecniche psicofisiche e per raggiungere un equilibrio ed un elevato livello di consapevolezza di sé e una maggiore padronanza degli impulsi, dei sentimenti, dei desideri.

    Altri ricorrevano ad un padre spirituale o ad un "guru" per essere aiutati a vedere il loro presente, il passato e il futuro, a scorgere legami tra avvenimenti ed eventi, a conseguire una maggiore saggezza e a modificare, almeno in parte, la loro visione del mondo e gli stessi rapporti con gli altri.

    Oggi - da qualche tempo - è emersa una nuova figura professionale, lo "psicologo-psicoterapeuta", come persona "informata sui fatti psicoaffettivi", a cui si può far riferimento in situazioni di stress, conflitto, ansia, disfunzioni psicofisiche, necessità diri-equilibrio.

    Si va in psicoterapia, come percorso psicologico personale, o, come qualcuno preferisce dire: si va in analisi.

    Il presente lavoro intende affrontare che cosa significhi, appunto, andare in psicoterapia, e quali siano i processi e le implicazioni che avvengono in tale contesto relazionale.

    La scelta dello psicoterapeuta non è semplice, come non è semplice capire a quale orientamento teorico psicoterapeutico appartenga il professionista. Perché i modelli psicoterapeutici sono molteplici ed è difficile districarsi in essi.

    Essere motivati alla psicoterapia è un prerequisito determinante affinché essa sia efficace, consegua, vale a dire, i suoi obiettivi: il cambiamento/miglioramento della persona.

    Chi va in psicoterapia?

    Molti anni fa, alla fine degli anni sessanta, all'inizio della mia attività, andare dallo psicologo e ancor più dallo psicologo clinico (psicoterapeuta), significava essere considerato "matto". Di fronte al consiglio di andare dallo psicologo, veniva risposto: "Non sono mica matto, io!". Il massimo che le persone si permettevano era di fare i test attitudinali ai ragazzi della terza media presso un Centro di Orientamento Scolastico e Professionale. Quando la disfunzione psicologica era abbastanza grave, da creare problemi relazionali e di disadattamento, chi veniva consultato era lo psichiatra, perché con le pastiglie sedasse la persona.

    In questi 40 anni tante cose sono cambiate. La figura professionale dello psicologo e dello psicoterapeuta ha avuto il suo riconoscimento, ha acquisito una sua identità e una sua visibilità psicosociale.

    Chi va in psicoterapia?

  • 09.10.2014 11:52

    Guarire dall’ansia e ritrovare la gioia di vivere

     

    Conversazione con il dr. Gian Carlo Gobbi, psicologo-psicoterapeuta, membro della équipe dello Studio Kairòs di Verona.

    Nel suo lavoro incontra spesso persone che soffrono di disturbi d’ansia, come mai si rivolgono a lei?

    Se è vero che siamo tutti in alcune circostanze un po’ ansiosi, non è scritto da nessuna parte che si debba esserlo troppo e troppo spesso, o vivere in stato di costante agitazione, avere fobie e insicurezze eccessive. L’ansia può diventare molto invalidante, impedendo di realizzare i propri desideri e le proprie capacità e limitando il livello di benessere. In base ai dati OMS 500 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi d’ansia ed è un dato in costante aumento.

    Paradossalmente, chi soffre di disturbi d’ansia fa fatica a chiedere aiuto: esperienza comune è il sentirsi un caso anomalo e temere il giudizio altrui, a causa di preconcetti ancora presenti verso tutto ciò che concerne il disagio psichico, che sembra avere meno dignità rispetto ai disturbi fisici. C’è grossa difficoltà a far comprendere anche a chi è vicino i propri problemi. La tendenza di oggi è quella di mettere a tacere l’ansia il più in fretta possibile, ricorrendo subito ai farmaci. Di solito, la psicoterapia arriva molto dopo, anche dopo anni; spesso quando il farmaco non porta più l’effetto sperato o ci si accorge di esserne diventati dipendenti.

    Ci può spiegare bene che cosa è l’ansia?

    L’ansia, in realtà, è una reazione innata, positiva e funzionale alla sopravvivenza; è un sentimento di malessere che ha la funzione di attivare la persona per aiutarla nello sforzo che diviene indispensabile di fronte a una prova o a una scelta difficile o a un’esperienza nuova. Si tratta di un meccanismo vitale che consente di rispondere in modo adeguato agli stimoli ambientali,  permette di affrontare situazioni nuove con la giusta concentrazione e attenzione e di ottenere buoni risultati; spinge anche a superare i propri limiti e migliorarsi, a prestare ascolto a quello che succede intorno e dentro di noi, stimolando le capacità creative e operative.

    Spesso, però, l’ansia può crescere eccessivamente, presentandosi con una gran varietà di forme e di sintomi e procurare un forte disagio; può arrivare così a influire profondamente sulla capacità di lavorare, studiare, amare, relazionarsi con gli altri, godere del tempo libero.

    È vero che ci sono vari tipi di ansia?

    Le manifestazioni d’ansia non sono tutte uguali, le differenze individuali contano molto; è importante non fare mai autodiagnosi, ma affidarsi a terapeuti esperti.

    L’ansia può manifestarsi principalmente come:

    ansia diretta, con un generale senso di agitazione, di apprensione, di piccola confusione, di affanno e sintomi quali tachicardia, sudorazione, tremori, nodo alla gola, tensione muscolare, dispnea, dolore al petto, ecc.;

    ansia somatizzata, con sintomi psicosomatici quali perenne mal di schiena, mal di testa, emicranie, palpitazioni, gastrite, ulcera, dermatiti, eczemi, tic nervosi, ecc.

    Gli ansiosi inoltre hanno più possibilità di ammalarsi, a causa dell’abbassamento delle difese immunitarie.

    Si parla di ansia patologica quando è eccessiva per intensità e durata, paralizza e impedisce di avere un rapporto adeguato con la realtà; ha effetti secondari disturbanti su funzioni mentali importanti quali attenzione, concentrazione, memoria, capacità di giudizio. La persona vive sempre in stato di allerta, con una preoccupazione di fondo e una minaccia che da un momento all’altro succeda qualcosa, con la costante sensazione di sopravvivere, non di vivere. L’ansia patologica va sempre curata.

    Come viene curata l’ansia?

    Dai disturbi d’ansia si può guarire.

    La terapia si attua solo dopo una diagnosi certa, e sarà individualizzata. La terapia ha lo scopo di alleviare i sintomi e ricondurre l’ansia alla dimensione originaria di tensione fisiologica positiva, permettendo di riappropriarsi della propria vita, affrontandola con energia e pienezza e utilizzando al meglio le proprie risorse. Lo scopo della terapia non è eliminare del tutto l’ansia, come spesso si crede, ma controllarla quando diviene paralizzante e trasformarla in una risorsa, attraverso l’ascolto e l’utilizzo positivo della sua energia. Anche quando è necessaria la farmacoterapia, questa va sempre affiancata da un percorso psicoterapeutico.

    Quando l’ansia è acuta e paralizzante, la cura migliore è quella che abbina la farmacoterapia, almeno nella prima fase, a una psicoterapia, perché lo psichico e il biologico non sono entità separate e vanno curate assieme. Intraprendere con fiducia un percorso di psicoterapia significa non solo liberarsi dai sintomi dell’ansia, ma può rappresentare in realtà un prezioso aiuto in momenti delicati della vita per riscoprire i propri bisogni e desideri più veri, acquisire sicurezza nelle proprie scelte e ritrovare la spinta positiva e la gioia di vivere: perché cambiare è sempre possibile.

     

  • 26.09.2014 12:34

    IL PADRE NELL’ETA’ ADULTA DEL FIGLIO

    I figli sono grandi, vanno per il mondo, hanno una loro professione e una loro vita relazionale, che li dovrebbe proiettare verso l’autonomia, economica e affettiva. La genitorialità assume altre dimensioni e connotazioni, mentre si affronta la sindrome del nido vuoto.
    Con l’uscita dei figli dal nucleo familiare i due genitori si ritrovano a vivere per loro stessi. Non é facile, perché dipende dalla modalità con cui hanno vissuto le fasi precedenti. L’uomo vive, tra l’altro, il periodo del pensionamento e del “tempo libero”, del tempo per sé. Occorre un nuovo ridimensionamento della vita della coppia e sociale.
    Vi è un fenomeno, che viene attualmente esaltato dai mass media: la scoperta dei nonni e la loro presenza accanto ai nipoti, per aiutare i figli. Il fenomeno non è nuovo, anzi, è una realtà, la cui memoria si perde nelle generazioni del passato.
    Se ritorno indietro nel tempo, quando ero piccolo, i nonni avevano un’importante funzione di supporto alle famiglie dei figli. Sia durante la seconda guerra che dopo, molti nipoti erano accuditi dai nonni, mentre i padri e le madri erano occupati nel lavoro e andavano a prenderli, alcune volte, anche a sera inoltrata. Vi erano anche allora divergenze sull’educazione tra nonni e madri e padri, che soffrivano di sensi di colpa per l’abbandono “necessario” dei figli.
    Mio nonno aveva una sua funzione, una presenza di delicato sostituto paterno, di compagno di giochi, di coinvolgimento nel raccontarci le storie della prima guerra mondiale. La nonna era buona e vigile, accudiva, sgridava, ci lavava, ci faceva mangiare – con lei si mangiava tutto, o quasi. Aveva una saggezza, che le veniva dalle situazioni sofferte e da una profonda fede. Sapeva volerci bene e farsi voler bene e, assieme al nonno, ci insegnava l’educazione, a rispettarci e a rispettare. Noi bambini si andava da lei a dirimere i contrasti.

    Un giorno, d’estate, eravamo nella corte una decina di bambini dai 4 ai 7 anni, cugini e figli di vicini. Si giocava e, come qualche volta avveniva, ci fu un litigio. La nonna si presentò sulla porta. Tutti corremmo verso di lei per spiegare l’accaduto. Ciascuno pretendeva di avere ragione. Eravamo in cerchio attorno a lei. La nonna aspettò che tutti ci calmassimo. Poi, guardando ciascuno negli occhi e tendendo la mano verso ognuno incominciò a chiedere: “ Hai ragione tu? E anche tu? E anche tu?” Tutti rispondevamo “sì!”. Finché arrivò alla più piccola: “Anche tu hai ragione, vero?” “Sì, nonna!” E lei: “Lo sapete, vero, che la ragione è dei mussi (asini)?…” E rivolta a ciascuno ripeteva: “Sei un musso, tu? Sei un musso tu?…” Ognuno rispondeva: “Io no, nonna… Io no, nonna!…”. Lei rientrò in casa e noi riprendemmo pacificamente a giocare.
    Il nonno, che aveva assistito alla scena dall’alto del fienile, sorrideva, masticando tabacco.

    La relazione di un padre con figli adulti comporta delle scelte, che tengano conto della loro autonomia e quindi di non invischiarsi in situazioni, che vadano a creare inutili problematiche relazionali. Accoglienza e accettazione, ancora una volta, non significano che si debba concordare su tutto ciò che i figli decidono.
    Trattare i figli da adulti e responsabili comporta anche saper chiedere loro dei consigli e un aiuto, quando necessario, e dare aiuto, quando richiesto. Il dialogo, iniziato nella prima infanzia e continuato nell’adolescenza e nella giovinezza, fa da supporto alla relazione. Il padre imperfetto può acquisire quella saggezza, che gli deriva dall’esperienza della vita, da un suo lavorio interiore, dalla scrematura delle problematiche e dalla convinzione che ognuno ha da farsi la propria vita e che possiede i supporti psicologici interiori per affrontare le varie situazioni. Un sano ottimismo paterno diffonde serenità e supporta più di un nevrotico interessamento.
    La presenza al figlio diviene discreta, attenta, fiduciosa e delicata, sotto tutti gli aspetti, psicologici, relazionali ed economici, senza l’ansia di volersi sostituire nell’affrontare le difficoltà della vita, anche quelle di coppia. Il figlio sa che può contare sul padre, sulla sua disponibilità, confidenza e discrezione. Il padre sa che può contare sul figlio, che vive la propria vita.
    Le vite, del padre e del figlio, continuano a intersecarsi nella diversità e nella differenza dei ruoli e delle funzioni.
    Il/la figlio/a, che diviene padre o madre, svolgerà a suo modo la funzione genitoriale, ripeterà con i propri figli, in una percentuale abbastanza alta, senza volerlo, errori fatti dai suoi genitori con lui/lei.
    Il padre vede, capisce, non redarguisce, tiene tranquilla la moglie, esprime le sue perplessità, non interferisce: sa che anche suo/a fi-glio/a sta imparando a divenire genitore “imperfetto”. Può essere l’occasione del grande riavvicinamento per una nuova ricoprensione generazionale.

    Gilberto Gobbi, Il padre non è perfetto, ed. Vita Nuova, Verona 2004, pp. 96-99.

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