IL BISOGNO (non solo dei bambini) DI ESSERE PERDONATO E DI PERDONARSI

15.11.2014 16:01

di Pier Paolo Gobbi

 

 

Il ricordo di questi tre volti di educatori che mi hanno educato in modi diversi, senza avere mai il problema di educarmi, e la gratitudine per la fiducia e scommessa che in modi diversi hanno fatto su di me, mi spingono ad accennare a quello che è l’altro nome dell’educazione: la misericordia e il perdono.
Anche questo è un bisogno grande dei nostri bambini: il bisogno di vedere accolti i propri limiti, in un’apertura di fiducia che viene prima dei meriti e va sempre oltre le possibili mancanze.
Trovare risposta a questo bisogno aiuta i bambini a camminare, ad accettare i loro limiti e a crescere fiduciosi.
Oggi tanti bambini sono ansiosi, insicuri di sé, fragili, incapaci di accettare il loro limite e i limiti esterni.
A volte penso che dipenda anche da noi: siamo tanto impegnati a diventare bravi genitori, così protesi a generare dei bravi figli, che non ci sembra mai di scorgere e raccogliere i frutti. Dobbiamo invece allenarci a scorgere i frutti buoni, magari solo le gemme del nostro lavoro educativo, ad aiutarci tra papà e mamma a credere nella bontà del nostro lavoro e della realtà, ad attendere fiduciosi il raccolto.
E poi stiamo sereni: nessuno è così in gamba da essere sicuro di fare dei figli bravi, tanto meno da solo. In noi e fuori di noi ci sono il limite, il male, l’errore. I figli lo vedono e lo sanno, come sanno che nelle favole ci sono i draghi e gli orchi cattivi.
Ma devono anche vedere che papà e mamma non sono schiacciati dal male, personale o di coppia, non scappano davanti ai draghi.
Tra papà e mamma ci si accetta, ci si recupera l’uno con l’altro, si ha uno sguardo di benevolenza tra coniugi, verso i figli, le famiglie di origine, gli amici, verso la scuola perfino!
Anche questa è la presenza, che i bambini ci chiedono, è buon contenimento, una regola per la vita.
Il figlio ha bisogno di essere educato a uno sguardo positivo su di sé e sulla realtà, che gli dica che «se papà e mamma stanno nella vita con i loro limiti ci puoi stare anche tu, vale la pena diven­tare grandi e fidarsi delle proprie potenzialità e degli altri».
Purtroppo a volte c’è troppa severità con se stessi, con il coniuge e con i figli. Allora le parole pesanti volano e atterrano violente sulle teste e sui visi dei più cari e fanno male. I silenzi ci allontanano l’uno dall’altro, le rivendicazioni ci paralizzano e rendono tristi.
Non si sa perdonare gli altri perché non si è capaci di perdonare noi stessi e sentirsi perdonati.
Succede anche nelle nostre case, è la vita.
Ma i bambini hanno bisogno di sentire che sono figli, cioè devono vedere che ogni mattina tutto riparte dall’abbraccio del papà e della mamma e a sera devono sentire che nel nostro abbraccio ci stanno tutti, tutto è consegnato, anche le loro marachelle e i nostri errori educativi.
Ogni genitore deve trovare un suo modo originale perché il figlio senta questo altro nome dell’educazione. A casa mia, è lo “struccone” dietro la nuca, come fa ancora a volte il mio papà. In esso tante volte ho sentito le parole: «mi importi tu, non quello che hai fatto di bene o male: ti abbraccio per ciò che sei, coraggio, sono sempre stupito e grato per il dono della tua vita, un’avventura troppo grande, perché davvero creda di averti fatto solo io, insieme a tua madre, perché crediamo di farcela da soli a farti diventare un uomo».

Già: da dove vengono i figli e dove dobbiamo condurli? Chi ci può aiutare lungo il cammino?
Forse per scoprirlo o riscoprirlo, oggi dobbiamo ripartire dal riconoscerci figli anche noi: chi ci ha dato la vita e ce la dà in questo istante?
Chi ci conduce lungo la strada della vita, che strada stiamo percorrendo, a chi guardiamo, a chi andiamo dietro, chi ascoltiamo, chi ci perdona e scommette ogni mattina su di noi?

Pier Paolo Gobbi, Le regole non bastano, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2012, pp. 174 -176.

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